Fitogeografia: areale del castagno

Nel corso del viaggio che stiamo compiendo nella vegetazione di latifoglie a riposo invernale, in ambiente collinare-submontano, è giunto il momento di accennare ad uno dei sovrani dei nostri monti, generoso dispensatore di cibo, legname e frasche, fino ad un recente passato base dell'alimentazione invernale di interi nuclei abitati, arroccati su colline e montagne. Avrete già capito che intendo parlare di Sua Maestà il castagno.
Questo albero, con l'età, tende a divenire davvero maestoso: 30 metri di altezza, 50 di circonferenza della chioma, oltre 12 di circonferenza del tronco. La chioma tende a divenire ampia e rotondeggiante, il fogliame fitto, verde scuro, lucido ed elegante; le tonalità cromatiche, in autunno, sono davvero di grande effetto.

La pioggia ha scalzato un esemplare ceduato, e poi notevolmente sviluppatosi, di castagno: è evidente la modestia dell'apparato radicale

Alcuni esemplari sono diventati mitici; su tutti spicca il famosissimo Castagno dei cento cavalli vive – e tra poco, purtroppo, saremo costretti a dire viveva, dato che è davvero malridotto – sulle falde dell'Etna; le sue dimensioni gli avrebbero consentito di ospitare sotto le fronde ben 100 cavalieri e relative cavalcature (sia consentito un minimo di esagerazione).
E' verosimile, per questo gigante un'età di 1.000 anni. L'enorme diffusione del castagno sui nostri monti, unicamente alla progressiva riduzione della presenza umana, sta creando numerosi e seri problemi di natura ecologica.
I castagneti, sarà bene ricordarlo, più che boschi vanno considerati coltivazioni.
I castagni d'alto fusto, se cessa il presidio dell'uomo, subiscono la concorrenza di molte latifoglie della flora spontanea e sono pure preda di due gravi agenti patogeni: un fungo di provenienza nord-americana causa il cancro della corteccia, uno nostrano il mai dell'inchiostro (tra breve torneremo sull'argomento, soprattutto per rispondere al quesito: che fare?).
I castagni ceduati (ceduo deriva dal latino caedo, io taglio), ripetutamente tagliati allo scopo di ottenere ottimi polloni, dritti, elastici e resistenti, costituiscono oggi l'incognita maggiore per la stabilità dei pendii collinari e submontani.
Un albero più volte tagliato nel corso della sua esistenza, perde gran parte della sua vitalità. Se vogliamo raccogliere tante castagne, le andiamo a cercare sotto un castagno d'alto fusto, non certo sotto un cespuglione costretto, dai ripetuti tagli, a risparmiare sulla fioritura e sulla fruttificazione: un bell'esemplare di castagno può giungere a produrre fino a 15 miliardi di granelli di polline ad ogni buona stagione, mentre gli zuccheri che la pianta pone a disposizione dei nascituri nei saporiti frutti raggiungono una quantità globale ingentissima, di svariati quintali. Tutto questo lavorio energetico non può essere affrontato da un esemplare cui traumaticamente e più volte sia stata eliminata la chioma: ad ogni taglio le riserve di amido ammassate nelle radici vengono pesantemente intaccate e si verificano addirittura necrosi di porzioni dell'apparato radicale (ciò vale anche per tutte le angiosperme arboree; le nostre conifere, invece, col taglio… defungono).

Un particolare delle parti fertili di un castagno: all'infiorescenza maschile si accompagnano tre fiori femminili

Per questo motivo i boschi cedui consolidano ben poco i pendii: hanno radici più o meno traumatizzate (analogamente drastiche potature di alberi cittadini, debilitati dalla sete, dallo smog, dall'asfitticità del suolo, dalla mancanza di spazio, possono concludersi con la morte degli esemplari: si veda il destino di certi lecci annosi che abbiano subito una pesante potatura).
Tornando al castagno, se si abbandona il ceduo a se stesso, i cespuglioni cresceranno, col tempo, a dismisura: fusti grossi e pesanti si protenderanno verso l'alto, tutti costipati sulla stessa ceppaia, che celerà radici dallo sviluppo irrisorio.
Giganti dai piedi d'argilla.
Giganti crollati o in equilibrio instabile a migliaia, ad esempio, sui monti circostanti la piana della Versilia, dopo la disastrosa precipitazione del giugno 1996 (157 chili di acqua per metro quadrato in un'ora, massimo per l'Europa. Quanti lutti l'alluvione portò in terra Toscana!).