Fitogeografia: Pinus pinaster, il pino marittimo

Nel corso del nostro lungo viaggio attraverso la vegetazione italiana, è giunto il momento di fare la conoscenza di un "usurpatore" favorito, in varia misura, dall'uomo: il pinastro o pino marittimo (Pinus pinaster). Si tratta di un albero alto fino a 40 metri, dalla chioma all'incirca conica negli esemplari giovani, cilindrica o irregolarmente ombrelliforme in quelli annosi (ben diversa, quindi, da quella, elegantissima ed inconfondibile, del pino domestico cui abbiamo accennato in precedenza). Gli aghi del pinastro sono rigidi, coriacei, lunghi fino a 20 centimetri, le pigne un po' asimmetriche, tendenti alla forma conica, rossicce (da chiuse), lunghe 10-20 centimetri.

L'aspetto verdeggiante delle pinete a pinastro non deve indurci a trascurare vari lati negativi sotto il profilo della pianificazione territoriale

La specie ha una distribuzione mediterranea occidentale; assai diffusa con i rimboschimenti e grazie ad interventi indiretti dell'uomo (cui tra breve accenneremo), nel Centro-Sud è stata poco impiegata, progressivamente sostituita dal pino d'Aleppo, assai più tollerante di fronte alla forte insolazione e all'aridità. Perché ho tacciato il pinastro dell'offensivo epiteto di un dato di fatto che i pianificatori territoriali hanno molto amato questa pianta, conquistati dalla sua grande plasticità ecologica: la specie tollera suoli assai poveri, calcarei, silicei o serpentinici che siano, ed ampie variazioni del tenore idrico del substrato; accetta inoltre tutte le esposizioni e quote da zero fino a varie centinaia di metri sul mare; i semi hanno un'alta germinabilità e le plantule sono frugalissime ed eliofile. Proprio l'esigenza di subire "un bagno di sole" per potersi sviluppare è il tallone d'Achille di queste piantine: sotto i pini adulti il progressivo, inevitabile estendersi degli arbusti della macchia mediterranea scherma il terreno dai raggi del sole; nella penombra i semi non germinano o, se vi riescono, le plantule muoiono quasi subito. Lungo la maggior parte delle coste italiane (un po' più in quota nel Meridione), con la morte dei pini adulti, giunti al termine del loro ciclo, la macchia mediterranea trionferebbe, migliorando il tenore di humus nel terreno e proteggendolo dall'eccessivo soleggiamento, dal vento, dagli sbalzi termici: si realizzerebbero le condizioni ideali per l'attecchimento delle plantule di leccio, il naturale "Signore" di tanti ambiti oggi dominati dal pinastro. Perché il ritorno indolore della lecceta si realizza solo in aree limitate?

L'assenza di sottobosco e l'accumulo di aghi in decomposizione ad opera delle acque piovane testimoniamo la povertà dell'ecosistema e il modesto ruolo che la pineta svolge nel regolare lo smaltimento delle acque sul suolo

Rimboschimenti a parte, il maggiore aiuto alle pinete a pino marittimo è stato dato dal verificarsi negli stessi luoghi di incendi distanziati nel tempo. In pratica il fuoco ridimensiona traumaticamente lo sviluppo degli arbusti e, se da un lato uccide i pini adulti, dall'altro fa precipitare al suolo miriadi di pigne aperte dal calore, si liberano cosi ingenti quantità di semi in un ambiente luminosissimo: ottime premesse per lo sviluppo di una pineta fittissima. Buona parte dei popolamenti a pinastro ha avuto questo tipo di genesi; esistono anche altri "aiuti" indiretti: ad esempio, nelle situazioni vegetazionali miste, autorizzare il taglio dei lecci e delle latifoglie obbligando nel contempo al rispetto delle conifere, equivale a realizzare ambienti ben soleggiati, idonei a favorire lo sviluppo dei pini della generazione successiva. Le pinete a pinastro godono di largo credito presso pianificatori territoriali come tra la gente comune, conquistata dal verdeggiare per dodici mesi all'anno di alberi insediati in ambiti severi; in realtà questi popolamenti possono impressionare in modo positivo solo chi, superficialmente, li valuti da un punto di osservazione esterno; camminando sotto i pini, si constata la defogliazione dei rami bassi e medi, oltre ad una grave scarsità di pigne: se un albero risparmia sulla riproduzione vuol dire che le sue risorse energetiche sono davvero al lumicino. Dove gli esemplari di pino sono troppo fitti il suolo appare sterile e privo o quasi di vita, mentre un fitto tappeto di aghi secchi in decomposti si estende ovunque; altrove sotto i pini di estendono gli arbusti mediterranei, in particolare le eriche arboree, frugalissime ma tutt'altro che buone produttrici di humus: un ecosistema fragile, cristallizzato nel tempo, cioè impossibilitato ad evolversi naturalmente per un periodo lunghissimo, alla mercé degli incendiari dolosi e dei parassiti specifici.

Le terribili devastazioni delle cocciniglia Matsucoccus feytaudi di Genova e di Savona

La minaccia delle fitopatie è tutt'altro che peregrina; aggressioni localmente gravi sono attuate dalla processionaria del pino, danni più lievi sono inferti da vari altri insetti, titolari di orridi, per non dire repulsivi, nomi latini (Pissodes notatus, Tomicus destruens e così via). Il vero, terribile nemico è però una cocciniglia, il Matsucoccus feytaudi, che, giunto a noi dalla Costa Azzurra, ha preso a devastare le pinete della provincia di Imperia e, trasportato involontariamente (e stolidamente!) dall'uomo, da ormai raggiunto le altre province liguri ed è alle porte della Toscana. La situazione, ha un punto di vista ambientale, è così grave che merita un discorso approfondito. Arrivederci, quindi, al prossimo numero di questa bella Rivista, nell'auspicio di riuscire a sensibilizzare in proposito politici e pianificatori territoriali: l'inerzia, in questo caso, può fare più danno degli incendiari dolosi.