Flora psammofila: le piante sulla spiaggia

Spesso, passeggiando per i crinali del nostro Appennino, mi è accaduto di scorgere aggrappate a inaccessibili costoni rocciosi antiche case di pietra sbrecciate dal tempo. E quello spettacolo sucita un senso di pena, al pensiero della vita grama che devono aver campato i loro abitanti. Compassione e ammirazione a un tempo, per gli uomini, capaci di vivere in un ambiente tanto ostile e difficile. Sono le stesse sensazioni che colpiscono quando si osservano le piante psammofile che popolano le nostre spiagge. Per crescere, fiorire e disseminarsi, queste specie devono combattere quotidianamente una battaglia impari.

 

Grazie alla loro abilità nell’approvvigionamento idrico,
le piante in prima linea riescono a sopravvivere in condizioni quasi proibitive

I nemici da battere sono tanti, ma queste pianticelle, grazie ad un elevato grado di specializzazione, riescono vittoriose in una battaglia apparentemente impossibile. Il primo e il più duro dei problemi e rappresentato dalla estrema penuria d’acqua.
E’ vero che ce n’è un mare proprio lì a due passi, di acqua, ma si tratta di acqua salata, ricca di quel cloruro di sodio che per la cellula vegetale – oltre modestissime concentrazioni – e un nemico mortale. Ed ecco allora le nostre psammofile affacciate – a mo’ di Tantalo – su di una sconfinata distesa liquida che non possono toccare, e che le rende assai simili alle piante dei deserti. Se a questo aggiungiamo l’implacabile sferza del sole, l’aerosol di minuscole gocce salate, l’azione smerigliatrice delle sabbie sospinte dal vento (che urtano l’ostacolo e vi si accumulano attorno quasi a sommergerlo) allora sarà facile comprendere quanto ardua sia la quotidiana battaglia di queste pianticelle, in attesa della breve tregua notturna. Ovviamente l’azione di questi nemici diventa tanto meno violenta, quanto più ci si allontani dal battente dell’onda.

Cakile maritima. Malgrado il suo aspetto delicato, questa crocifera è fra le specie che si insediano più vicino alla battigia, accanto ai tronchi spiaggiati dalle burrasche. Il vento l’ha sepolta ma la cakile, ostinata, rispunta e dischiude in croce i suoi petali. Appena qualche metro più all’interno non sarà difficile scorgere il delicato fiore di Eryngium maritimum – o calcatreppola – dalle foglie spinulose e glaucescenti.
Fra la vegetazione del cakileto emergono i robusti fusti di Xantium italicum. Una vita assai breve: i venti dell’autunno spazzeranno da questa fascia ogni traccia di vita. Fra le sabbie, a perpetuare la lotta e la specie resteranno i grossi frutti uncinati. Ammophila arenaria, la robusta graminacea che colonizza e consolida le primissime dune.

Cosi se per alcuni metri dalla battigia la vita vegetale è letteralmente impossibile, le condizioni diventano via via meno proibitive, consentendo alle specie pioniere di insediarsi sulle mobilissime sabbie, e di tentarne un primo aleatorio consolidamento. Fra queste piante, che non sarebbe fuori luogo considerare come una vera e propria “prima linea” della vegetazione psammofila, potremo regolarmente osservare Cakile maritimaCalystegia soldanella  il convolvolo delle sabbie o soldanella, Xanthium italicum, Eryngium maritimum e Agropyron junceum. Spuntano a fine maggio e, grazie al vigoroso ed esteso apparato radicale che consente un rapido sviluppo, riescono ad opporre un primo argine alla mobilità delle sabbie sospinte dal vento che, a guisa di vere e proprie sabbie mobili, tentano di sommergerle e di inghiottirle. Simili alle piante dei deserti – abbiamo detto perché in fondo le nostre spiagge, battute dal sole e dal vento e poverissime di acqua utilizzabile, sono veramente dei piccoli deserti nastriformi.
E analogamente alle piante dei grandi deserti africani e americani, le piante dei nostri litorali affidano la loro sopravvivenza alla propria abilità nel conservare l’acqua accumulata grazie ad un esteso ed efficientissimo apparato radicale, capace di sfruttare non solo le rare piogge, ma anche la semplice umidità notturna. Le riserve liquide, accumulate in cellule fortemente dilatabili, vengono trattenute nei tessuti sia grazie ad una povertà di stomi che limita l’evaporazione, sia grazie a sostanze cerose ed alla diffusa peluria, che spesso ne ricoprono i fusti e le foglie.

Spunta dalle sabbie il delicato fiore della soldanella, Calystegia soldanella. Echinophora spinosa, dai fiori a corimbo e dalle foglie spinulose.
Salsola kali – o riscolo – dai rami pungenti e dai minuscoli fiori come di carta velina. Medicago marina dalle foglie e dai fusti irsuti.

Alle spalle di queste prime pianticelle, appena qualche metro più all’interno, inizia il regno di Ammophila arenaria, una robusta graminacea i cui fusti flessuosi fanno barriera ai venti e le cui possenti radici determinano un primo consolidamento delle dune. Alle spalle di Ammophila, osserveremo man mano i grandi pulvini di Echinophora spinosa, i vigorosi fusti di Oenothera biennis, i cespugli di Seuda maritima, di Salsola kali, e quelli irsuti di Medicago marina. E, ancora, il fiore falcato dell’euforbia assetata di sole (Euphorbia helioscopia), i ricami sulla sabbia di Euphorbia peplis, i temibili frutti aculeati del Tribulus terrestris e di Cenchrus, il cocomero asinino (Ecballium elaterium), lo scirpo marittimo, i delicati piumini di Lagurus, le foglie emollienti e benefiche dell’altea…

Oenothera biennis dai vistosi fiori gialli. Di origine americana, questa specie si è da tempo naturalizzata sulle nostre spiagge; sui suoi fusti, alti fino a due metri, salgono le lumachine delle spiagge per allontanarsi dalla sabbia rovente…
Euphorbia helioscopia, dai fiori falcati e dai fusti incrostati di sabbia e di salsedine. Euphorbia peplis, che crea sulle sabbie delicati ricami.

Tutta una fascia di vegetazione non molto profonda, ma preziosa, sulla quale si scaricano i venti carichi di salsedine, e che costituisce una provvidenziale barriera per i primi arbusti legnosi: Hippophae rhamnoides dalle bacche aranciate e ricchissime di vitamina C, il ginepro comune ed i primissimi contorti pinastri, che preludono alla più complessa vegetazione delle pinete litoranee.

Il temibile frutto spinoso di Tribulus terrestris. Chenopodium, ottimo succedaneo dello spinacio.
Dove il calpestio è più fitto, si insedia Reseda lutea – o amorino – dai grappoli di fiori ermafroditi. Il cocomero asinino,  Ecballium elaterium, dai frutti “esplosivi”.

Non è facile sulle nostre coste, troppo spesso devastate da un turismo eccessivo e poco rispettoso, poter verificare la successione spaziale delle singole specie dalla battigia. li calpestio e la presenza di  barriere poste a difesa della costa hanno spesso alterato quei delicati ambienti che erano le spiagge, ma sarà pur sempre piacevole, nel corso di una passeggiata lungo l’arenile, riconoscere le umili ed eroiche pianticelle oggetto di questo articolo.

Le grandi malve dalle proprietà emollienti e rinfrescanti. I primi cespugli dell’aristolochia,  Aristolochia Clematis, dagli eleganti fiori tubulosi.
Lo scirpo marittimo Hippophae rhamnoides, dalle recenti bacche aranciate ricchissime di vitamina C. Se ne ricava una marmellata squisita.