FOTO Gli alberi della china

Dalle Ande all’Europa
La corteccia di alcune piante del genere Cinchona della famiglia delle Rubiacee (la stessa alla quale appartiene il caffè Coffea arabica), era conosciuta dagli indios del Sud America per le funzioni terapeutiche che nascosero per lungo tempo agli spagnoli loro nemici. La proprietà antimalarica fu scoperta per caso dagli indios: un indio affetto da alti febbri ricorrenti e tormentato dalla sete, bevve l’acqua di una palude dove maceravano alcuni alberi di China e guarì. L’evento suscitò l’interesse degli indios che collegarono l’efficacia dell’acqua al suo sapore amaro provocato dalle cortecce immerse. Il segreto medicamentoso della china arrivò agli spagnoli per merito di un soldato che alloggiava in una capanna assieme agli indios.

 

Affresco di autore ignoto (XVII secolo) presente nella facciata della farmacia S. Spirito a Roma: il vicerè apprende della dell’esistenza della droga febbrifuga

 

 

Affresco di autore ignoto (XVII secolo) presente nella facciata della farmacia S. Spirito a Roma: La contessa di Cinchòn viene guarita della corteccia di china

 

 

Affresco di autore ignoto (XVII secolo) presente nella farmacia S. Spirito a Roma: il cardinale Giovanni da Lugo introduce nella farmacia S. Spirito la corteccia di china

 

Un giorno il soldato si ammalò di febbre, fu curato con la china e guarì completamente. Così gli spagnoli appresero le proprietà medicinali della pianta che chiamarono “arbol de la calentura”, albero della febbre. Anche la contessa di Cinchòn, moglie del vicerè del Perù, si ammalò gravemente; la notizia raggiunse il soldato che conosceva la china e si offrì di curarla.
Fu inviato a Lima e la contessa, che soffriva di febbri malariche, si ristabilì completamente. Questo aneddoto forse leggendario, è riportato nel libro del medico italiano Sebastiano Baldi Anastasis corticis Peruoiae seu Chinae-Chinae defensio del 1663 e da questo momento la droga fu chiamata “polvere della contessa”.
Più tardi Carlo Linneo, accettando la storia del Baldi, battezzò la china coi nome di Cinchona officinalis L.
Questa narrazione colpì l’immaginazione degli artisti tanto che sui muri del l’antica spezieria dell’ospedale di S. Spirito in Roma, esiste una serie di affreschi del XVII secolo nei quali si ritrae con https://www.verdeepaesaggio.it/immagini pittoriche la commovente leggenda.

 

Illustrazione di Cinchona grandiflora
(da Florae Peruvianeae et Chilensis del 1794)

 

 

Cinchona cordifolia
(da Historie des plantes G.L. Figuier 1864)

 

 

La raccolta della china in una foresta del Perù (da Historie des plantes G. L. Figuier 1864)

 

I primi a introdurla in Spagna furono i Gesuiti, come ricorda Francesco Redi in una lettera del 1686 nel libro “Esperienze intorno a diverse cose naturali“, e fu conosciuta come “polvere dei gesuiti”. Il cardinale Giovanni da Lugo la portò in Roma dove prese il nome di “polvere del cardinale”. Si diffuse ben presto in Europa dove trovò largo impiego in tutte le forme piretiche ed iniziarono massicce importazioni dalle regioni andine del Nuovo Mondo.I primi a introdurla in Spagna furono i Gesuiti, come ricorda Francesco Redi in una lettera del 1686 nel libro Esperienze intorno a diverse cose naturali, e fu conosciuta come “polvere dei gesuiti”. Il cardinale Giovanni da Lugo la portò in Roma dove prese il nome di “polvere del cardinale”. Si diffuse ben presto in Europa dove trovò largo impiego in tutte le forme piretiche ed iniziarono massicce importazioni dalle regioni andine del Nuovo Mondo.

 

Il primo disegno della foglia di china da Esperenze intorno a diverse cose naturali (Francesco Redi 1686)

 

Tuttavia sia perché si credeva potesse curare ogni febbre, sia perché il trasporto dal Perù richiedeva molto tempo, e soprattutto perché le selve di Losca (Ecuador) dove si abbattevano le piante si stavano esaurendo, si cominciò ad adulterare il prodotto con altre cortecce. La china venne così tanto screditata che le facoltà di medicina in Europa la dichiararono inefficiente e dannosa e si proibì la vendita in Inghilterra e in Roma; solo un piccolo quantitativo di buona qualità finì in mano a pochi guaritori che la usavano sotto altro nome spacciandola come specialità personale.

La diffusione in Europa
Si deve alla malattia di Luigi XIV la diffusione popolare e l’apprezzamento per la china grazie alle cure prestategli dal medico inglese Talbon con la polvere misteriosa.
Il re guarì rapidamente ed acquistò il segreto per 10 mila scudi. Vennero così riconfermate le proprietà terapeutiche della pianta ed iniziarono studi scientifici accurati sotto l’aspetto botanico, farmacologico e chimico dei 30 alcaloidi contenuti nella corteccia.
Negli anni 1770-1780 Carlo III di Spagna inviò in Perù sotto la guida di Hipòlito Ruìz una spedizione botanica con lo specifico scopo di “contribuire al progresso delle scienze e di eliminare dubbi e gli errori che si incontrano nella medicina”.

Fiore di Cinchona eleuteana. Parco Nazionale Henry Pitter Cordigliera della Costa 1600 m (Venezuela) Semi di Cinchona henleana

I botanici compilarono due opere ponderose intitolate “Quinologia” che trattava le diverse specie di Cinchona e l’opera Florae Peruoianae et Chilensis del 1794 che illustrava le proprietà dell piante andine. Si constatò che non solo la china delle foreste di Losca era efficace, ma anche quelle del Perù, Bolivisa e Colombia. La richiesta di corteccia di china per la preparazione del principale alcaloide, chinino o chinina (estratto nel 1820 di chimici francesi Caventou e Pelletier) aumentò poiché impiegato come rimedio profilattico-terapeutico per le febbre malariche endemiche in molte regioni paludose d’Europa. Prima dell’ultimo conflitto solo in Italia si utilizzavano annualmente 800-900 quintali di sali di chinino; la china veniva importata dall’isola indonesiana di Giava dove le coltivazioni erano direttamente seguite da ispettori italiani. L’estrazione del chinino avveniva a Torino presso la stabilimento farmaceutico nazionale. Per evitare il completo esaurimento delle foreste produttrici, si esportò la Cinchona in altri paesi. A partire dal 1852 gli olandesi la introdussero a Giava, poi gli inglesi vollero fare altrettanto, ma le autorità dei paesi sudamericani intuito il business, si opposero all’esportazione di semi e piante per assicurarsi il lucroso monopolio. Gli inviati inglesi con sotterfugi riuscirono a trafugare i semi e a introdurli a Ceylon e nel nord dell’India. Sorprendenti i risultati: nel 1879 si contavano più di 2500 piantagioni solo in India. Furono poi avviate coltivazioni anche in Giamaica e nelle isole Reunion nell’Oceano Indiano. In quegli anni la raccolta annuale di corteccia di china raggiunse le 10 mila tonnellate.

 

Frutti di Cinchona henleana

 

 

Parco Nazionale Sierra Nevada (2000 m):
ambiente tipico delle Cinchonie sp.

 

La raccolta
Gli uomini che si dedicavano alla raccolta della china in Sud America si chiamavano “cascarilleros da ticascarilla” il nome della corteccia amara delle Cinchona. L’albero veniva tagliato fino alla radice e, affinché la decortificazione riuscisse più completa, ne asportavano i rami e staccavano poi la corteccia colpendola con il dorso dell’ascia per cercare di lasciarle integre. Le scorze più sottili dei rami e dei piccoli tronchi erano destinate a divenire “chinachina arrotolata” o “canuta” prendendo forma cilindrica; le cortecce ricavate da grossi tronchi divenivano “chinachina piatta” o “tabia o plancia” in seguito all’impilamento in cataste pressate da grosse pietre.
Le cortecce tagliate in pezzi approssimati di 50 cm si seccavano al sole e si commercializzavano sotto forma di balle di un quintale o di 45 chili. Queste operazioni venivano compiute nelle foreste andine in veri e propri cantieri di lavoro che comportavano l’abbattimento delle piante inutili e l’apertura di strade di accesso.
C’era tutta un’accurata selezione per separare la china secondo località ed origine, struttura delle fibre e colore attribuendo ad una più valore terapeutico che all’altra. Trasportate a spalla o sui muli fino ai grandi depositi nelle città, venivano avvolte in cuoio fresco che seccando si solidificava. E sotto forma di tali fasci chiamati “suros” il prodotto veniva imbarcato sui mercantili diretti nel vecchio continente.

Foresta andina a Canaguà 1500 m (Venezuela): aspetti vegetazionali Gli alberi di china ormari rarefatti, vegetano nella foresta andina d’alta quota

Cenni di botanica
Il chinino si ricava dalla corteccia di varie specie di Cinchona.
Sono alberi maestosi o arbusti sempre verdi che si localizzano in gruppi forestali tra i 1200-2500 m nelle regioni andine.
Hanno fiori bianchi piccoli con profumo fragrante con cinque petali fusi e riuniti in pannocchie, impollinazione entomofila. Il frutto è una capsula che lascia uscire i semi con pericarpo alato, le foglie sono ovali, opposte e lucide nella pagina inferiore.
Si conoscono varie specie di china che si suddividono in tre gruppi principali secondo la colorazione della corteccia: chine grigie (Cinchona officinalis), gialle (C. calisaya, ledgeriana) e rosse (C. succirubra).