Fra pittura e scrittura

Claude Monet resterà il pittore folle di luce e di fiori.

Della luce sempre movente, sempre differente: quella dei mattini brumosi e dei crepuscoli dorati, dai riflessi impercettibili moltiplicati all'infinito. Il suo giardino, a Giverny, l'ha dipinto cento volte, infaticabile: il "motivo" era là, perché andare in cerca di altri temi? Certi soggetti ispirati dal giardino o ricercati nella campagna circostante diverranno oggetto di serie illustrate in numerose versioni quali le Meuies e le celeberrime Nymphéas. La molteplicità dei colori, dei riflessi e delle iridescenze soddisfacevano in pieno il feroce appetito di questo lavoratore instancabile alla ricerca di un'impossibile perfezione. Nel 1803 egli acquistò la tenuta di Giverny, ove lavorò fino al 1926 e creò giardini. Il primo rispondeva al gusto del momento storico ed era sito vicino alla casa. Con parterre ordinati, roseti, una profusione di iris, verzieri di meli e di ciliegi. Giardino, però, più di toni e di colori che di fiori; giardino di un pittore estremamente esigente coi suoi giardinieri, da cui pretendeva contemporaneamente la fioritura di tulipani e rose, di primule e di lupini. Sì, realmente Monet disse: "il mio capolavoro è il mio giardino."

Claude Monet, Ninfee

In seguito egli acquistò un terreno situato in un declivio vicino alle rive della Senna. In quel tempo tutti gli artisti erano attratti dall'arte giapponese, il cui spirito è quello di far sprigionare le forze racchiuse della natura che devono guidare la vita degli uomini. I Giapponesi, infatti, amano le cose non per la loro bellezza esteriore, ma in virtù della loro efficacia nel provocare https://www.verdeepaesaggio.it/immagini mentali. Monet riunì una notevole collezione di stampe di artisti nipponici, Hokusai, Utamaro, Hiroshige e questo clima giapponesizzante spinge il pittore giardiniere a pensare il suo secondo giardino secondo la tradizione millenaria dell'impero del Sol Levante.
Attorno ad uno stagno alimentato da un affluente della Senna, e cavalcato da un ponte da geisha adorno di glicine, ecco le pallide ninfee fatte venire dal Giappone che ispireranno all'artista il più lungo ciclo pittorico della storia dell'arte. Monet dipinge l'idea della ninfea, la sua fantasia, lo stato d'animo in una straordinaria effusione cromatica dove la pittura si confonde con l'oggetto rappresentato in un misterioso farsi tuttuno nel suo grado massimo di fluidità. Marcel Proust nel primo volume della "Recherche", titolato "La strada di Swann", pubblicato nel 1913, descrive impressionisticamente un paesaggio fluviale, quello attorno al corso della Vivonne, che è un autentico giardino di ninfee. Di grande precisione e analiticità il mondo dei fiori acquatici si consegna alla nostra attenzione attraverso la perizia verbale che si assimila all'oggetto descritto restituendogli corpo e sentimento.
Qua e là, alla superficie, rosseggiava come una fragola un fior di ninfea dal cuore scarlatto, bianco agli orli. Più lontano, i fiori più numerosi erano più pallidi, meno lisci, più graniti, più increspati, e disposti dal caso in volute di tanta grazia che pareva di veder nuotare alla deriva, come dopo lo sfogliarsi malinconico d'una festa galante, delle rose borraccine in ghirlande disciolte.
Altrove, un angolo sembrava riservato alle specie più comuni, che sciorinavano i lindi bianchi e rosa della giuliana, lavati come porcellana con cura casalinga, mentre un po' più lontano, serrate le une contro le altre in una vera aiuola galleggiante, si sarebbero dette delle viole del pensiero, venute a posare come farfalle le loro ali bluastre e lucenti sull'obliquità trasparente di quell'aiuola acquatica: di quell'aiuola celeste, anche: ché essa dava ai fiori un suolo d'un colore più prezioso, più commovente del colore degli stessi fiori; e, sia che nel pomeriggio facesse sfavillare sotto le ninfee il caleidoscopio d'una felicità attenta, mobile e silenziosa, sia che verso sera, come qualche porto lontano, s'empisse del color rosa e dei sogni del tramonto, mutando senza posa per rimanere sempre intonata, intorno alle corone di tinta più fissa, con quel che c'è nell'ora di più profondo, di più fuggitivo, di più misterioso, – con quel che c'è in essa d'infinito, – pareva averle fatte germogliare in pieno cielo".