I giardini di Roma antica

Cicerone, Lucrezio, Catullo, Virgilio, Ovidio e Stazio: il loro rapporto con la natura e i giardini

Cicerone amava i giardini anche per vanità: ne possedeva tre nelle sue ville di Anzio, Tusculo e della Campania: sappiamo anche che tentò di comperare a qualsiasi condizione i giardini sulla riva destra del Tevere e arrivò a desiderare anche quelli di Clodia, l'amante perfida di Catullo. Nei giardini il grande oratore trova la scena naturale e teatrale ove ambientare i suoi dialoghi filosofici in ossequio alla grande tradizione dei ginnasi e delle Accademie della civiltà greca. Per Cicerone il giardino è di per sé qualcosa che induce a pensare come afferma nel dialogo De Oratore: ci si sente a contatto con la natura, il pensiero è libero e sognante, il paesaggio, ma quale paesaggio è più seducente di un giardino?, rende perfetto lo spirito, con i miti familiari e domestici, fra le opere d'arte greche a contatto con tutta la cultura ellenica. Colpito da un dolore familiare straziante, la morte della figlioletta Tullia, volendo attribuirle una sorta di eternità, pensa ad un giardino funebre e tale scelta diventerà costume per la cultura romana che adotterà come tomba per due imperatori divinizzati Augusto e Claudio un recinto sacro adorno di erbe e fiori.
Lucrezio: per il poeta romano autore di un poema filosofico sulla natura che segue le tracce degli insegnamenti del filosofo greco Epicuro, il giardino è parte di un tutto. Il tutto è la natura di Lucrezio svela i segreti in versi di poesia e scienza. Egli evoca in contrasto con i palazzi dorati delle città un gruppo di amici sdraiati sull'erba all'ombra di un albero, in mezzo ai fiori dell'estate. E quando descrive i piaceri di cui gli uomini godevano all'inizio del mondo paragonato all'inferno terrestre posto nell'animo dei malvagi, ritrova un paradiso terrestre a immagine dei giardino dei poeti in cui il saggio epicureo è felice nella sua atarassia.

Paesaggio sacro: decorazione (IV stile) da Pompei. Napoli, Museo Nazionale

Catullo forse frequentò la misteriosa villa della Farnesina: giardino della sua amata Clodia cantata in poesia con il nome di Lesbia, sorella di un tribuno famoso, era situato sulla riva sinistra del Tevere, punto di incontro della gioventù galante, ed intellettuale del I secolo A. C. Feste, ricevimenti, i giochi sull'acqua, la fama di questo luogo non ci è ignota grazie alle descrizioni di Cicerone. C'è ipotesi che di questi orti suburbani sia rimasta traccia attorno alla villa scoperta a Trastevere, la più bella dell'età repubblicana, detta della "Farnesina". Ma il lirico poeta d'amore non ci parla troppo di giardini, certamente di piante. A proposito delle quali possiede il senso della decorazione vegetale: nei Canti di Imeneo, poesie per le nozze delle divinità, gli dei si offrono i fiori in ghirlande ed i fiumi personificati portano al ricevimento faggi, lauri, platani, per eccellenza antico albero di Roma, pioppi, cipressi e il poeta ad uno ad uno li scolpisce con aggettivi e attribuzioni come colpi di martello sui bianchi marmi. Fiori della memoria, quelli di Catullo, più tratti dai libri, più rivolti a dare enfasi ad una descrizione che a rappresentare sé stessi in senso naturalistico, simbolici e grati sono cortesie galanti che evocano le infinite forme vegetali con cui il divino entra in comunicazione con l'umano.
Del giardino Virgilio, poeta della natura, della terra e dell'epica romana, ravvisa i tre regni: dei colori, dei profumi, dell'abbondanza. E se a Cicerone si deve il giardino del "filosofo", a Catullo quello delle galanterie d'amore, a Lucrezio l'ampia visione del cosmo, al poeta caro ad Augusto e a Mecenate, l'elogio del buon vecchio giardiniere nei pacati esametri delle Georgiche.
L'episodio del vecchio di Taranto pone subito il problema "Perché Taranto?".Virgilio ama le terre piene di nebbie che stanno intorno al Mincio o Ariccia, fertile per le verdure, o i dintorni di Napoli; anche Pompei e le sponde del Sarno. Ma Taranto è stato il centro della diffusione del Pitagorismo e delle sue dottrine filosofiche e mistiche risalenti all'orfismo e allo stesso Pitagora. E il suo giardiniere compie quotidianamente il miracolo di far convivere specie fra sé incompatibili: accanto ai gigli, alle verbene, al papavero che purifica il terreno, ecco gli olmi e i platani. Si può sicuramente affermare che Virgilio ha raccolto una dea flora composita, letteraria, trascurando ogni idea di verosimiglianza e di realtà. Immagine e poetica e religiosa, dove anche il più povero poteva vivere al pari di un re, nutrendosi di ortaggi: si ricordi il vegetarismo degli adepti della filosofia pitagorica. Da ogni parte fioriscono i simboli, molti dei quali indissolubilmente legati alle credenze più arcane della regione italica, dove Virgilio avrebbe cercato di manifestare una concezione della vita della virtù e un'idea di felicità.
Forse Ovidio aveva gli stessi gusti del "vecchio di Taranto" descritto da Virgilio: gli piaceva piantare alberi e innaffiare piante con le proprie mani. Sappiamo che il poeta possedeva un grande giardino ai margini della città all'incrocio della via Flaminia con la via Clodia e qui scriveva i suoi poemi. Nei quali il tema giardino è trattato con sontuosità, con quel senso dei pittorico che tanto piaceva ai Romani e che troviamo ad esempio, negli affreschi delle case pompeiane. Decorazioni a trompe l'oeil: l'illusione adoperata per rappresentare pittoricamente un giardino in cui lo spettatore ha la sensazione di trovarsi, in mezzo a preziosi vasi, impalcature vegetali e fontane scultoree. Fra i padiglioni alberi ad alto fusto, erbe, fiori, la calma di un uccellino appoggiato. Nella villa di Orazio in Sabina donata al poeta dal generoso Mecenate, orto, frutteto, bosco, le tre forme che il giardino può assumere. Orto della tranquillità, per conviti amicali, per un quotidiano fatto di una serie concreta di elementi visivi, per un decoro materiale che allontana già dalle significazioni simboliche e rituali del giardino sacro. li pino immenso, il pioppo bianco uniscono le loro ombre, mentre l'acqua del ruscello s'affretta a correre di traverso con mille riflessi. Sensuale e morbido il giardino di Orazio, amico della campagna, trattiene noi lettori sulla poesia del quotidiano, lontano dai lussi delle grandi ville che violano la natura invadendo i declivi digradanti verso il mare, strappando gli olmi e quindi i campi di viole e i mirti e ogni specie di erba odorosa.

Ricostruzione della Villa dei Papiri di Ercolano in California voluta da J.Paul getty e inaugurata nel 1974. Foto tratta dal volume di V. Vercelloni – Atlante storico dell'idea del giardino europeo – Jaca Book, Milano,1990.

Il lusso dei giardini delle ville di Plinio il Giovane è cosa su cui ci si deve soffermare. Innanzitutto per dire che Plinio non è solo un esteta, bensì un proprietario romano per cui un bene acquistato deve essere in primis un sicuro investimento anche se finalizzato allo svago. E Plinio calcola con precisione rendite ed interessi includendo nei conti anche i boschi, le viti, le spese per il personale costituito da giardinieri, detti topiarii. I lussi costano ma, nel nostro caso, si può anche dire che tornino e con enfasi nella storia dell'idea di giardino. Nell'età dei revivals settecenteschi Robert Castell pubblica a Londra nel 1728 "La Villa Degli Antichi", una ricostruzione grafica dei giardini romani così come imponeva la minuziosa descrizione che di questi fece Plinio in una lettera destinata all'amico Apollinare. La storia conta sempre, ma là dove il testo di Plinio concede interpretazioni non univoche si affaccia anche il progetto del nuovo giardino settecentesco inglese come sintesi poetica di geometrie irregolari e inquietanti connesse con la tradizione. Nella villa di Laurentum, sul mare, vicino ad Ostia, in quella sul lago di Corno, a Tuscum, ai piedi dell'Appennino, Plinio godeva l'otium: a Roma gli pareva di essere in un perpetuo esilio, le cose vanitose e non necessarie, gli incarichi vaghi a cui è piacere sottrarsi. Vuole fuggire dalla Roma post Domiziano anche il più apocalittico degli scrittori dell'impero, il rancoroso Giovenale. Dove? In un piccolo centro laziale, in un bel giardino. Il prezzo? Quello pagato a Roma per avere in affitto un buco tenebroso. Mentre a Sora, a Fabrateria, a Frosinone, c'è un bel giardino in una bella casa con un piccolo pozzo dal quale senza bisogno di corda si può irrigare facilmente le tenere piante. Vivere con la vanga in mano, poter dire di essere padroni magari di una lucertola!

Ma è Stazio il poeta latino che ci offre le https://www.verdeepaesaggio.it/immagini più stranite del giardino romano: quasi irreale il paesaggio del poeta delle Selve racconta di ninfe che non fanno più parte del mito, ma sono le statue dei giardini che il poeta vedeva, quelli di Sorrento o di Tivoli, quelli artificiali sagomati dalle perizie dell'arte topiaria. Giardini artificiali che sanno di essere tali. Il mito non più fantasticato o ricreato si appoggia sulle erbe e sui fiori, lungo i viali, dentro le fontane di quel teatro sempre mutevole che è la realtà di un giardino. Chi scrive di giardini nella Roma antica conosce pertanto e la natura e la cultura: della prima possiede il senso vitale, il genius loci, le conoscenze pratiche a cui adattare opere e giorni; dell'altra, la penetrazione fantastica, le raffinatezze formali, l'intreccio delle arti, la qualità dell'estetica.