Il ciclamino dalle specie alle cultivar

Il genere Cyclamen comprende un numero di specie non ben definito. Tra queste quella di maggiore importanza, per la coltivazione in vaso,è sicuramente Cyclamen persicum dal quale hanno preso origine le nuove forme a fiore grande.

Fioritura annuale di Cyclamen hederifolium
Fioritura annuale di Cyclamen hederifolium

Con il termine ‘ciclamino’ vengono indicate le piante appartenenti alle diverse specie del genere Cyclamen L. (famiglia Primulaceae, ordine Primulales). Il nome deriva dal greco kyklos che significa ‘cerchio’, probabilmente per la forma arrotondata del tubero.
Si tratta di un genere composto da piante erbacee perenni. La parte ipogea è costituita da un tubero marrone rossiccio, derivato dal’ingrossamento e dalla tuberificazione dell’asse ipocotile, su cui sono inserite brevi radichette.

Le foglie e i fiori
Le foglie, disposte a spirale sul tubero, sono costituite da un lungo picciolo e da un’ampia lamina carnosetta, cuoriforme o reniforme, a margine liscio o dentato. La pagina superiore può assumere diverse tonalità di verde e presentare variegature e maculature grigio-argentee, mentre la colorazione della pagina inferiore varia dal verde pallido al rossastro.
A seconda della specie la fioritura può precedere o seguire la fogliazione dell’anno. I fiori, profumati od inodori, sono rivolti verso il basso e sovrastano le foglie a causa della maggiore lunghezza dei peduncoli rispetto ai piccioli. Il calice è molto breve e pentalobato. La corolla, variabile dal bianco al porpora, presenta una parte basale saldata, di forma tubolare, e una distale formata da cinque lacinie molto lunghe, riflesse verso l’alto. L’androceo è formato da 5 stami corti, rivolti verso l’interno, il gineceo invece è allungato fino ad emergere fuori dalla corona con uno stigma appuntito.
Avvenuta la fecondazione, in pochi giorni il fiore perde la corolla e iniziano l’ingrossamento del frutto, una capsula globosa, e lo sviluppo di numerosi semi sfaccettati di colore marrone rossiccio. Contemporaneamente il peduncolo si avvolge a spirale, portando così la capsula sotto il livello fogliare. La spiralizzazione è una caratteristica assente unicamente in C. persicum Miller (Lyons e Widmer, 1980).

spiralizzazione cuclamen

Cyclamen è un genere a distribuzione mediterranea; oggi alcune specie si ritrovano spontaneizzate anche in paesi non mediterranei, come l’Inghilterra, poiché in tempi più o meno lontani sono sfuggite alla coltivazione.
Il genere comprende un numero di specie non ben definito, oscillante tra 13 e 24 (Lyons e Widmer, cit.; Nassi e Quagliotti, 1981; Zanutto, 1969). Questa ampia variabilità deriva da due cause principali: 1) incertezze nomenclaturali originate da inesattezza presenti nella vecchia letteratura che hanno determinato la diffusione di sinonimie; 2) utilizzo, in tempi più recenti, di tecniche citologiche che hanno condotto a risultati in parte in disaccordo con quelli ottenuti dagli studi morfologici.
In Italia le specie presenti allo stato spontaneo sono C. hederifolium Aiton, C. repandum S. et S. e C. purpurascens Miller (= C. europaeum Auct. non C. europ. L. nomen ambiguum). Sono specie rustiche, utilizzate come ornamento nei giardini insieme ad altre specie non autoctone come C. coum Miller e C. graecum Hort. (Cocker e Oelker, 1979; Pignatti, 1982).

Cyclamen persicum
Di maggiore importanza per la coltivazione del ciclamino da vaso è sicuramente C. persicum, diffuso allo stato spontaneo in Libano, Siria, Turchia, nella penisola del Sinai (Lyons e Widmer, cit.), in Grecia e nelle isole dei Peloponneso (Zanutto, cit.). Doorenbos (secondo Lyons e Widmer, cit.) riporta una serie di sinonimi, usati in passato per indicare questa specie: C. europaeum L., C. vernale Mill., C. pyrolaefolium Sal., C. latifolium Sibth. e Sm., C. aleppicum Fisch., C. antiochium Duchesne, C. punicum Pomel e C. aleppicum ssp. puniceum Glasau.
Contrariamente al nome della specie, sembra che C. persicum non sia mai stato rinvenuto allo stato spontaneo in Persia, cioè nell’attuale Iran. Lyons e Widmer riportano due ipotesi, proposte da Biasdale, per spiegare l’origine e l’uso dell’epiteto ‘persicum’: 1) può essere derivato per alterazione da puniceum; 2) in una delle prime descrizioni, il fiore del ciclamino viene assimilato per la colorazione a quello del pesco e pertanto sarebbe stato scelto l’epiteto specifico persicu. La prima introduzione dei C. persicum nei paesi dell’Europa occidentale risale al XVII secolo (Nassi e Quagliotti, cit.); si ritiene che un certo Bachelier nel 1656 abbia diffuso tra i collezionisti inglesi e francesi alcuni esemplari di questa specie insieme ad altre piante (Zanutto, cit.). Rimane comunque probabile una sua introduzione precedente la data indicata ed effettuata in più occasioni. Utilizzato inizialmente come pianta da giardino, il ciclamino viene coltivato da più di 250 anni ed è divenuto popolare dalla seconda metà del 1800.

Confronto tra le corolle delle due specie autoctone a fioritura autunnale, C. purpurascens (a sinistra) e C. hederifolium (a destra)

Nuove forme
Intorno al 1853, dalle originali tinte rosa si ottenne lo sviluppo di forme a fiori lilla, rosa, porpora e rosso porpora (Lyons e Widmer, cit.). La dimensione dei fiori rimase piccola, simile a quella della specie selvatica, finché verso il 1870 comparvero, contemporaneamente in Germania ed in Inghilterra, le prime forme a fiore grande (grandiflorum) con il nome di ‘Giganteum’, ‘Universum’, ‘Unicum’ e ‘Splendens’. Queste forme presentavano lobi corollini grandi il doppio di quelli della specie spontanea, probabilmente per effetto di mutazioni genetiche o di poliploidia. La forma ‘Splendens’ era verosimilmente tetraploide, quindi anche ‘Giganteum’ ed ‘Universum’, considerati successivamente sinonimi di ‘Splendens’. Nel 1894 venne lanciata sul mercato la cultivar ‘Salmon Queen’ di colore salmone cremisi, a fiori piccoli, da cui si produsse una cultivar tetraploide a fiori grandi, ‘Salmoneums’, agli inizi dei ‘900 (Nassi e Quagliotti, cit.). Lavorando sulle nuove tonalità salmone e sulle vecchie tinte purpuree, dal 1908 al 1921 si ottennero le nuove cultivar a fiore rosso fiamma, dapprima in Germania poi in Olanda ed in Inghilterra. Il nuovo carattere è da imputare alla mutazione dell’allele M in m del gene responsabile della combinazione degli zuccheri agli antociani: con M il pigmento è associato a 2 zuccheri e si ottengono le tonalità bluastre, con m l’associazione avviene con un solo zucchero ed il colore dei fiore diviene rossastro (Seyffert, 1982).
Nel frattempo, a cavallo del secolo, erano state prodotte anche nuove forme con lobi corollini sfrangiati (fimbriatum), dotati lateralmente di una sorta di cresta (cristatum), arricciati, bicolori e forme a fiori doppi. Questi caratteri sono stati incorporati nel fenotipo ‘Giganteum’ (= grandiflorum), da cui si sono sviluppati nell’arco di questo secolo numerose cultivar ancora popolari (‘Rococo’, ‘Rosa von Zehlendorf’, ‘Perle von Zehlendorf’, etc.).
Sono già stati ricordati alcuni dei paesi che hanno avuto un ruolo determinante nell’attività di selezione e di miglioramento genetico del ciclamino (Inghilterra, Germania, Olanda). A questi vanno aggiunti, in tempi più recenti, la Svizzera, la Francia, il Belgio, la Danimarca e l’Italia.

C. repandum, specie spontanea a fioritura primaverile

Cultivar e razze ibride
Dopo più di un secolo di attività di selezione, il numero delle cultivar licenziate dalle ditte produttrici risulta veramente elevato.
Trimidini (1972) elenca una trentina di varietà commercialmente più richieste e presenti sul mercato italiano agli inizi degli anni ’70, suddivise in tre gruppi: a foglia verde, a foglia argentata, a colori pastello. Indica inoltre alcune ‘razze ibride’ di C. persicum giganteum di origine olandese, tedesca, svizzera e italiana. Tra queste spicca un ‘Ibrido Istituto Agrario di Firenze’, dotato di maggiore resistenza ai climi caldi italiani e di precocità: il ciclo colturale è infatti di 12 mesi rispetto ai 15-18 delle altre razze.
La riduzione del ciclo colturale è uno dei principali obiettivi anche delle ditte produttrici dei nord Europa (Asma, 1973) che intorno alla metà degli anni ’70 lanciano sul mercato gli ibridi F1 (Bongartz, 1982). Contemporaneamente si ottengono e introducono sul mercato delle cultivar definite ‘miniatura’, caratterizzate da un breve ciclo di coltura, ridotti spazi colturali e bassi fabbisogni termici (Lazzeri, 1981). Dagli anni ’80 il mercato dei ciclamino offre un vasto panorama di cultivar e di fenotipi (Altieri et al., 1985; Deiser et al., 1982; Dipner, 1982; Eichin e Loeser, 1982).

Interno di una serra per la coltivazione del ciclamino da vaso fiorito

I risultati della selezione
Dal punto di vista genetico, il lavoro di selezione ha provocato delle modificazioni nel numero dei cromosomi. C persicum, allo stato selvatico, è considerato un diploide con 48 cromosomi. In realtà studi citologici definiscono C. persicum una specie probabilmente allotetraploide, derivata da una forma estinta a 2n = 24. Tra le cultivar derivate troviamo, oltre ai diploidi (2n = 48), sia dei tetraploidi (2n = 96) che degli aneuploidi (2n = 90, 92, 94 e 95). Tra i tetraploidi, de Haan individua molte delle cultivar che presentano i fiori pigmentati di rosso, mentre Legro indica come tetraploidi alcuni tipi a fiore sfrangiato (Lyons e Widmer, cit.).
Appare comunque evidente come inizialmente il lavoro di selezione sia stato eseguito, seppure in maniera più o meno inconscia, principalmente su forme tetraploidi, mentre solo successivamente su forme diploidi (Reuther, 1975; Seyffert, cit.; Sparnaaij, 1979; Wellensiek, 1961; Wilke, 1979), introducendo nuovamente la forma selvatica negli incroci per ottenere fiori a taglia ridotta e tipi ‘miniatura’ (Dipner, 1976).
Negli anni ’50 si colloca la nascita di un progetto internazionale allo scopo di costituire una collezione delle cultivar diploidi esistenti, in sostituzione di quelle tetraploidi (Weliensiek, cit.). Questo mutamento è da imputare in primo luogo al fatto che il ciclamino è prevalentemente riproducibile per via sessuale e che in natura si riproduce principalmente per fecondazione incrociata, pur non essendo autoincompatibile. Questo implica, nell’ottica della produzione di progenie uniformi a livello tetraploide, la difficoltà di riconoscere le piante omozigoti nelle prime generazioni ed obbliga a lavorare su un elevato numero di piante per operare una selezione finale (Wellensiek, cit.). Inoltre l’inbreeding necessario per ottenere un alto livello di omozigosi, quindi di uniformità fenotipica, porta frequentemente a depressione nel vigore delle linee inbreed (Ix). Le prove pluriennali di Weliensiek (1959, 1965) su due cultivar tetraploidi hanno dimostrato che a partire dalla I3 la riduzione nel numero medio di fiori si fa consistente. Le generazioni F1, ottenute per incrocio da due linee inbreed IX, eguagliano o addirittura superano le prestazioni delle linee parentali, ma non si differenziano dai risultati della linea I1, generazione nella quale l’effetto depressivo dovuto all’inbreeding non è ancora marcato. Questo spiega la ragione per cui sono stati diffusi in commercio ibridi F1 di linee inbreed diploidi. Ciononostante, l’effetto depressivo provocato da un prolungato inbreeding è evidente anche nei diploidi: solo linee parzialmente omozigoti si utilizzano per effettuare gli incroci (Sparnaaij, cit.). L’ibrido F1 che se ne ricava risulta assai costoso, sia venduto come piantina che come seme. La commercializzazione dei semi avviene infatti a numero e non a peso. Tuttavia il vantaggio principale, ottenuto dalla coltivazione degli ibridi, risulta in una maggiore uniformità, soprattutto nel colore, difficile da raggiungere per semplice selezione (Nassi e Quagliotti, cit.).
Le difficoltà nell’ottenere un materiale altamente uniforme nelle cultivar tradizionali (diploidi e tetraploidi) ed i costi elevati per la produzione degli ibridi F1 hanno reso pressante l’esigenza di metodi di propagazione del ciclamino alternativi alla via sessuale. Numerose ricerche, riguardanti la propagazione vegetativa da tubero e la coltura in vitro dei diversi organi del ciclamino, sono state condotte negli ultimi quarant’anni. I risultati conseguiti non hanno ancora permesso l’applicazione su vasta scala di questi metodi, pur avendo delineato possibili ed affascinanti sviluppi futuri.

RINGRAZIAMENTI. Desidero ringraziare il dr. Alessandro Alessandrini per la revisione critica dei testo.

Fotografie di Alessandro Alessandrini, Gabriella Berardi, Dino Scaravelli

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