Il tempo nascosto

Bologna nasconde giardini raffinati dietro immensi portoni di noce e quercia; nel palazzi secolari vive il cuore della campagna a cui la città è legatissima, ricamato su vetusto e fedeli […]

Bologna nasconde giardini raffinati dietro immensi portoni di noce e quercia; nel palazzi secolari vive il cuore della campagna a cui la città è legatissima, ricamato su vetusto e fedeli cancelli. Basta la curiosità, per aprirne la maggior parte.

Via S. Stefano Chiesa di Santo Stefano

Tante città, e forse le più belle, hanno avuto la ventura di nascere vicino alle colline; la collina, con i suoi dolci saliscendi, con il formarsi continuo di angoli e scenografie, con le arie più miti in inverno e più. fresche d’estate, con l’esposizione al sole dei suoi versanti, diventa non solo un complemento ma pure una ricchezza.
Ma la collina lavorata, a ulivi, a vite, è un’attrattiva costante di tutta Italia, e ha qualcosa di più del puro bosco. Bologna, città dotta, ma anche grassa, mantiene del passato, soprattutto Cinquecento e Seicento, un gusto della terra collinare che non si riscontra in nessun’altra parte della penisola.

Il cuore legato alla terra
Le altre città consistono della parte urbana e poi, oltre le mura, inizia la parte dedicata all’agricoltura; non così Bologna. Intimamente legato alla terra, qui più che altrove grassa e fertile, scura, il bolognese, fosse aristocratico o plebeo, non riuscì a separarsi dalle sue colline, non volle abbandonare in ottobre quei campi, quelle piante che aveva per mesi curato, perfino amato, e che gli avevano portato sul tavolo bibite, grappoli, succhi, semi, una cornucopia eccezionale. Così trovò il modo di portarsi dietro le stagioni e di contare il tempo dal fremere del vino nelle botti, dal seccarsi di prugne e albicocche nel solaio. C’era, un angolo delle sue colline che non poteva lasciare, che voleva a tutti i costi avere davanti agli occhi, quando gli affari sarebbero divenuti talmente pressanti e forti da obnubilarlo e gettarlo nel materialismo più cieco: era il suo giardino. Non è facile avere un giardino e neppure mantenerlo. Bologna ha poi un clima abbastanza rigido, non decisamente propizio nelle nebbie invernali e nelle afe estive.
Nacquero allora quei giardini che sono oggi un motivo di vanto per la città, e che pochissimi conoscono, poiché restano gelosamente chiusi da portoni immensi e pesanti di bella rovere. Capita però ogni tanto che un portiere distratto lasci una fessura aperta, o ceda a permettere un’occhiata, e che si riesca a scoprire ciò che abbiamo veduto noi.

Collegio di Spagna. Affresco del Collegio di Spagna

I giardini nascosti
Di molti giardini poi è impossibile anche accorgersi, tanto sono ermeticamente fermati con chiavistelli e «cave canem». Da un punto di vista architettonico sono collocati nella parte più interna dell’edificio; dopo il vestibolo, si trova un primo cortile, a porticato, spesso con balconi superiori, con o senza pozzo centrale. Più oltre, si passa nel giardino vero e proprio, delimitato da un muro perimetrale. Si tratta sempre di muri alti, da 4 a 6 metri, in cotto, quasi delle cortine che mantengono il più possibile segreta quella terra così appassionatamente portata via dai campi. Caratteristica comune, ai giardini poveri e a quelli ricchi, è che vi si trovano piante da frutto, quindi non soltanto il mero abbellimento floreale, ma il ricordo e la presenza dei frutti; i quali non producono di che nutrirsi giornalmente, data l’esiguità degli esemplari, ma restano i simboli dei filari e delle messi della campagna. Sono fichi, meli, cachi, peri rugginosi, albicocchi, melograni. I caratteri, diciamo aristocratici, sono invece rappresentati dagli affreschi che stanno sotto il porticato.

Il melograno di Giosuè Carducci
in via Broccaindosso
Via Saragozza

Colori agresti
Il rosso tipico di Bologna, contiene poi sui muri squarci di azzurro dove il proprietario faceva raffigurare i propri possedimenti di Rastignano, Casaglia, Sasso Marconi; sono scene pastorali ed agresti in generale, in cui però lo studioso e l’intenditore riconoscono luoghi precisi dei dintorni, oppure scene più decisamente «grasse» che ricordano quelle pompeiane, con satiri avventurieri e fanciulle decisamente indecise sul da farsi. Anche qui il nobile bolognese dimostra di essere stato un buon borghese dedito agli studi prima di entrare negli affari; il giardino è sempre allietato da una fontanella, semplice voluta di bronzo, un pesce che fuoriesce acqua, una conchiglia…

Strada Maggiore

Poche sono le statue, e le poche sono in cotto, a voler mantenere il senso della terra e il suo bel colore. Pago di passeggiare qualche minuto, o di guardare dal davanzale scendere la neve, lo scricciolo vi viene a cercare riparo. I fiori che predilige per il nido sono: l’ortensia, bianca, rosa, azzurra, sempre di verde intenso e nobile; la piccola begonia, dalle forme varie e dai colori delicati, fatta per qualunque angolo e contorno; la rosa rampicante simbolo di passione, di fedeltà, atta a coprire povere crepe nei muri, e a creare tendaggi scenografici. Poi, in misura minore, i fiori che ornano la tavola: violette, tageti, petunie, giacinti. Dunque non si tratta di giardini improvvisati, spazi ornati da un glicine, come avviene in tante altre città, ma di luoghi vivi, abitati, con una significazione ben precisa. Sono terre vere e proprie, sono terreni coltivati appena, lana coltivati, e che, messi al centro dell’edificio, non fanno coreografia ma mantengono un pulsare che è lo stesso della natura.

Strada Maggiore

Tesori nobili e segreti
Il cuore del palazzo bolognese è terra, dove si nidifica, dove zappettano talpe e vermiciattoli, dove viene il gufo e il barbagianni a far pulizie, dove la famiglia osserva gli orari delle colline fuoriporta. Qui si trova il tempo nascosto, quella parte cioè dell’universo che è in ognuno, che regola gli affari e movimenti, che scandisce gli inizi e le fini.
Dietro i grandi portoni scuri, a volte ancor più protetti da magnifiche cancellate, si direbbe che ci siano nobili tesori; in realtà c’è la terra delle colline, la ricchezza di Bologna, racchiusa come per far razza nello scrigno di colonne cinquecentesche. Scoprirli è veramente scoprire, e in questo caso il passero è più fortunato di tutti, gozzovigliando e andando a morosa» di corte in corte.