La pineta di Cervia

Ecologicamente inquadrabile nella zona della macchia mediterranea (Zangheri, 1936), peraltro assai meno termofila di quella comunemente conosciuta, la pineta ha perduto, col tempo, alcune sue piante caratteristiche che erano presenti verso la metà del XVIII° secolo (Ginanni, 1774): lentisco, cisto, smilax, eriche, agnocasto, alle quali si univa il leccio, oggi quasi completamente assente. Se queste perdite si debbono per la maggior parte all'opera dell'uomo, lo stesso Zangheri (cit.) osservava che la loro scomparsa doveva essere imputata, in parte, anche ad una recrudescenza climatica verificatasi, lentamente, durante il periodo storico recente.
I documenti più antichi, dato che la pineta sembra sia stata impiantata verso la fine del XIV o agli inizi dei XV secolo (Zangheri, 1975), forse dagli stessi monaci che ampliarono quelle ravennati contigue, non ci forniscono alcuna descrizione di come essa si presentasse ad un ipotetico visitatore. Si sa soltanto che in una lettera Dogale (durante il dominio veneto), del 1471, si dà ordine al podestà di Ravenna di fornire legname a Cervia poiché essa "manca di legname per le riparazioni del porto, della città e delle case" (Foschi, 1981). In altra lettera del doge Loredan, si ricorda ai cervesi che è proibito far fuoco in pineta per estrarre i pinoli dalle pine (Foschi, cit.).
Una mappa, della metà del XVIII secolo, fornisce alcuni dati corografici sufficienti a mostrarci le caratteristiche del luogo e della pineta. Redatta, per scopi fiscali, dal perito Dionigi Monaldini "dell'almo Senato di Forlì" nel 1769, riporta "tutte le ragioni (proprietà) di tutti li possidenti della città di Cervia ed altri, esistenti fra il canale del Porto (l'antico canale delle saline che attualmente divide Cervia da Milano Marittima), la via Romana (l'odierna statale Adriatica), l'argine recentemente costrutto alla destra del Savio, dalla via Romana sino al lido del mare ed il lido predetto".

Dalle stime, effettuate dal Monaldini su ogni singola proprietà, si ricava che la pineta di Cervia era allora frazionata in diverse realtà topografiche ciascuna delle quali indicata con la rispettiva superficie (i dati del perito sono in tornature ravennati pari a circa 1/3 di ettaro):

Albaioni al lido del mare, infruttiferi:

tornature 318

Basse con acque stagnanti, in ragguagliata misura:

tornature 288

Dossi e staggi con nuvoloni, per la maggior parte secchi e in parte fruttiferi:

tornature 400

Una parte con giunchi e spini:

tornature 32

Pigneta per la maggior parte fruttifera sebbene in alcuna parte con pini secchi e semiverdi:

tornature 996

Altra pigneta con pini fruttiferi e spini:

tornature 183

Dossi e staggi con nuvoloni, per la maggior parte secchi e in parte fruttiferi:

tornature 43

Porzione di pigneta, detta Lunarda, controversa tra la comunità di Cervia e la Badia di S. Giovanni Evangelista di Ravenna:

tornature 188

Altra parte della Lunarda non contestata e di proprietà della Badia di S. Giovanni Evangelista:

tornature 356

La proprietà del comune di Cervia risultava essere di circa 840 ettari così ripartiti:

Dune marine prive di vegetazione:

ettari 126

Basse con acque stagnanti:

ettari 100

Dune e staggi con pini, pascoli e spini:

ettari 177

Pineta fruttifera vera e propria, più o meno densa:

ettari 437

Risolta la controversia con l'abbazia di S. Giovanni Evangelista nel 1782, la comunità di Cervia apre il canale di scolo di Via Cupa che oggi segna il limite comunale fra Cervia e Ravenna.
Al tempo della costruzione della nuova città di Cervia, avvenuta fra il 1698 ed il 1714 (Vannucci, 1985), si dette avvio all'impianto di un'altra pineta, la Pinarella, a sud dell'abitato, che assunse col tempo un estensione di circa 150 ettari. Fu distrutta completamente alla metà dell'Ottocento anche se in alcuni documenti coevi è detto che avrebbe dovuto difendere la nuova Città dai venti sciroccali. Circa le acque possiamo dire che se quelle meteoriche non si fermavano molto in pineta data la permeabilità superficiale, non altrettanto accadeva per quelle fangose delle frequenti rotte del Savio, come quella del 1749 che allagò la pineta e i beni dei Lunardi o quell'altra del 1764 "le cui acque si sono divertite (sparse) assai, sino a questa città di Cervia con danno notabile che si seccheranno tutti i pini vecchi e giovani".
Durante il dominio veneto (1463 1509) la pineta di Cervia fu presa sotto la "protezione" del Maggior Consiglio della Serenissima (Foschi, 1981) che pose una serie di vincoli e restrizioni. Infatti era proibito tagliare legna senza licenza del Consiglio; era consentito solo l'affitto delle pinete per la produzione dei pinoli; gli affittuari non potevano scaldare le pine con legno di pino; non potevano essere affittate per pascolo di animali grossi e piccoli; era proibito fare pece o estrarre resina.
Tornata sotto il dominio della Chiesa nel 1509, la città chiede ed ottiene dal Papa Giulio Il, capitoli e privilegi che godeva sotto i Polentani e i Malatesta (Foschi, 1971). La parte forestale riguardava il pascolo e il taglio della legna riservati ai soli cervesi nonché la donazione annua alla Camera Apostolica di 25 staia di pinoli e 100 sacchi di sale bianco per "benedizione".
Nel 1517 il comune di Cervia ottiene, dalla sede vescovile proprietaria della pineta, l'enfiteusi perpetua (col pagamento di 25 ducati d'oro ogni 29 anni) e una cinquantina d'anni dopo si codifica l'uso del bosco (Turchini, 1988). In una diecina di capitoli si dettano norme per lo jus lignandi a favore della popolazione povera (prelievo di legna secca a terra e da portare via solo sulle spalle); taglio dei pini infruttiferi per le esigenze del comune (riparazioni di ponti, strade, porto, case, pennelli sul Savio); licenza, ai poveri, del taglio di spini e tamerici; licenza, ai cervesi, del taglio di legnami per il restauro o costruzione delle loro case. Il podestà di Cervia poteva avere solo la legna sequestrata ai contravventori. Queste norme rimasero in vigore, con lievi modifiche, finché durò la pineta e ne segnarono, col passare del tempo, il deperimento e la fine.
L'obbligo di tagliare i pini infruttiferi costrinse ad effettuare tagli saltuari che avrebbero potuto favorire la rinnovazione naturale dei bosco se non vi fosse stato il pascolo brado per quasi tutto l'anno che, tra l'altro, imponeva ai proprietari di campi e vigne l'onere di costruire e mantenere le difese passive come siepi e fossi. Inoltre il taglio del sottobosco, in specie degli spini, non favoriva di certo la rinnovazione che vi avrebbe trovato valido rifugio per più anni.
Con il continuo aumento della popolazione e del conseguente jus lignandi, esteso in seguito anche ai frazionisti, si fecero potature e diradamenti sempre più intensi fino a compromettere la fruttificazione delle piante.
La legna morta a terra si esauriva rapidamente nei lunghi inverni adriatici e non è fuori luogo pensare che la scomparsa del leccio dalla pineta di Cervia sia dovuta proprio alla "fame" di legna di quella popolazione che costituì il più grave problema per la sopravvivenza del bosco. Dal carro di legna da fuoco (circa 10-12 quintali ) degli inizi del Settecento, distribuito ogni anno ai bisognosi della città, si era passati, dopo due secoli, ai 3-4 quintali. Quando mancava la legna si tagliava il sottobosco e molto spesso si rubavano i pini verdi. Per evitare furti ed abusi si arrivò a stabilire la "misura" della legna. Questa consisteva in un anello, infisso nel muro della casa comunale, attraverso il quale dovevano passare i pezzi di legna raccolti in pineta. Si cercò anche di imporre agli utilisti cervesi un'unica via di accesso e di uscita dal bosco per effettuare più severi controlli. Tutto fu inutile, tanto che la popolazione esasperata "si divertiva ad incidere profondamente le piante in modo che cadessero al primo soffio di vento".
Con l'unità d'Italia i problemi si aggravano, poiché, oltre i consueti, si fanno strada i primi diboscamenti. A scomparire per prima è la piccola pineta della Madonna del Pino venduta nel 1866, a seguito della soppressione delle corporazioni religiose, agli Zarabini che, abbattute le trecento piante ivi radicate, vi aprono un podere.
La prima legge forestale italiana del 1877 vincola la pineta di Cervia per scopi igienici e gli unici tagli ivi effettuabili,, in base alle relative Prescrizioni di Massima del 1879, sono sempre quelli "a dirado" ed in modo tale che le piante destinate a rimanere in piedi si vengano a trovare ad una distanza non come esempio di schiettezza e pragmatismo tipicamente romagnoli: "Cittadini, questa Amministrazione preoccupata delle tristi condizioni del Comune e nell'intento di provvedere ad alcuni suoi servizi importantissimi, ha incaricato questo ufficio tecnico di elaborare un progetto per la riduzione a coltura agraria di alcune zone improduttive della pineta. Il progetto che si sottopone alla vostra considerazione mentre tende a migliorare le condizioni generali del pineto, servirebbe appunto a rialzare le finanze comunali e a far fronte al miglioramento dei vari servizi. Si confida che alla presente relazione darete favorevole accoglienza. Cervia 2 settembre 1903". Si noti che, allora, il bilancio relativo alla pineta era in forte passivo: di fronte a 4507 lire di entrate (fida pascolo, pinoli e taglio di legname) stavano 7057 lire di uscita assorbite quasi tutte dalla guardiania.
Il piano dell'Aleotti prevedeva la divisione del bosco (circa 450 ettari) in una quarantina di porzioni (particelle), il taglio raso annuale su ciascuna di esse e rinnovazione artificiale posticipata con l'impegno di rimboschire, previa bonifica idraulica, le radure esistenti specialmente verso il mare. Il rovescio della medaglia era costituito dalla messa a coltura di una parte della pineta, per circa 135 ettari, compresa fra il canale di Via Cupa e la Bassona e dell'altra porzione compresa fra il medesimo canale ed il podere Zarabini (ex Madonna del Pino), per una superficie di 88 ettari, posta ad ovest della ferrovia (Ghiarine, Pegorotte, Cullazzi). In tutto, quindi, una superficie di 223 ettari che, con i precedenti del 1890, si elevava a 258 da adibire all'agricoltura con una previsione di entrate di 15.000 lire per varie affittanze (Fig. 2).

Il piano ebbe esito favorevole per la parte agricola, suscitando le più vive proteste della Commissione centrale per le antichità e monumenti (Bollettino, 1907), mentre non ebbe altrettanta fortuna quello di riordino della pineta in quanto il vincolo gravante su di essa impediva i tagli a raso consentendo solo quelli per pedale. In tal modo la pineta si venne a ridurre a circa 450 ettari. In quel tempo (1906) il Comune di Cervia vara le norme per la concessione gratuita di aree fabbricabili "sulla spiaggia marina" e nel 1912 cede buona parte della pineta (circa 200 ettari) ad una società milanese che s'impegna a costruire, in dieci anni, 30 villini "per assicurare l'espansione del centro urbano e la valorizzazione turistica della pineta".
Alcuni eventi meteorologici disastrosi (galaverna) costringono ad abbattere e vendere oltre 1500 piante col cui ricavato si costruisce un'aia in cotto (Cà le Aie) per la battitura del riso coltivato nelle prime bonifiche del Fortino. Nel 1917 la pineta di Cervia è colpita da un ordine di requisizione militare che "ha lo scopo di produrre legna da ardere in pezzi e fascine". Due anni prima un decreto luogotenenziale aveva sottoposto a vincolo forestale "tutti i boschi di alto fusto a prevalenza di pini posti lungo i litorali italiani".
L'autorità militare avrebbe dovuto abbattere tutte le piante stramature, vecchie, deperite e deperienti di qualsiasi diametro e quelle aduggiate con diametri di oltre 25 cm. a petto d'uomo. Nel 1918. a taglio ultimato, il sindaco di Cervia scriveva, desolato, che "l'impressione di chi visita il nostro pineto è dolorosa per due ragioni: anzitutto per il senso di tristezza da cui è preso l'animo alla vista di una vera ecatombe di piante, secondariamente perché il sistema usato per l'abbattimento (diradamenti effettuati a gruppi qua e là) non ha lasciato né una zona coltivabile né una zona pinetata". In effetti l'amministrazione comunale aveva più volte insistito, presso l'autorità militare, affinché il taglio fosse fatto a raso su singole zone ma a ciò ostava il vincolo imposto che prevedeva solo il taglio saltuario.
Secondo il bando di requisizione si sarebbero dovuti abbattere poco più di 30.000 quintali di cui 6.400 di legname da lavoro, 7.000 di legna da ardere ricavabile dai tronchi e 16.000 di legna da ardere proveniente dalle chiome. Si abbatterono, invece, 105.000 quintali di cui 95.000 di legna e 10.000 di legname con un asporto di oltre il 70% della massa legnosa iniziale che, in volume, doveva essere di circa 18.500 metri cubi. Della massa abbattuta si calcolava che 30.000 qli. provenissero dalle piante più annose, segno che gli altri 75.000 provenivano da piante ancora molto lontane dalla loro maturità.
La conclusione fu che 1) le utilizzazioni periodiche (tagli saltuari con curazione decennale) non si sarebbero più potute effettuare per almeno due periodi consecutivi, 2) i prodotti di legna da fuoco, pine e pinoli sarebbero spariti o, quanto meno, si sarebbero estremamente ridotti, 3) occorreva ora una spesa immediata, e consistente, per risistemare il bosco così dissestato. Fu il colpo di grazia per la pineta di Cervia.
Stando così le cose non si trovò di meglio che richiedere ed ottenere un ulteriore svincolo, di 100 ettari circa, nella zona delle Cullacce, Scaramella, Scardinella, Basso Pepe (toponimo rivelatore dell'antica presenza della vite agnocasto) in considerazione anche del fatto che la pineta fu invasa, nel 1920, da masse bracciantili (smobilitate dopo la guerra) in cerca di lavoro. Dopo quest'ultimo svincolo la pineta si è ormai ridotta a circa 150 ettari, al netto della parte ceduta alla soc. Milano Marittima.
La seconda guerra mondiale elimina altri 40 ettari di pineta (campo d'aviazione) nella parte nord di Milano Marittima mentre dagli anni Cinquanta si assiste alla "esplosione turistica" della residua parte, ma anche alla presa di coscienza da parte dell'Amministrazione comunale per la tutela del verde e la salvaguardia dei beni ambientali che sfocerà, nel 1963, nella istituzione del cosiddetto Parco Naturale in località Scaramella compreso fra la ferrovia, la statale adriatica e l'ex proprietà Zarabini della Madonna del Pino.
Ridotta a modestissime dimensioni, la pineta comunale di Cervia non sembra oggi, a nostro modesto parere, che si possa ancora definire bosco ma bensì un importantissimo ed insostituibile polmone verde, a guisa di grande parco, da conservare scrupolosamente e da migliorare nelle sue funzioni ricettive a ristoro sia della città che dell'affollatissima stazione balneare adiacente.

FONTI E BIBLIOGRAFIA
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