Orchidee Phalaenopsis

Le tecniche di coltivazione

Phalaenopsis: il nome dal greco phalaina (farfalla nottuma) e opsis (somigliante) fu suggerito dal botanico tedesco Blume, il quale, quando trovò nel 1852 la prima pianta, la chiamò Phalaenopsis amabilis, assomigliando i fiori alle farfalle tropicali in volo.

Phalaenopsis sono, fra le orchidee, una delle specie più fiorifere. I fiori molto attraenti, che permangono a lungo sulla pianta, si mantengono, recisi, fino a oltre un mese. Sono riuniti in spighe, talvolta ramificate, che possono anche essere lunghe più di un metro. Negli ibridi di maggior valore i fiori possono raggiungere e superare i 10 cm di diametro e sono riuniti in numero da 7 a 15 su ogni spiga. Nelle specie selvatiche sono in genere più piccoli (3-7 cm di diametro), ma possono essere molti di più su ogni spiga, fino a 70 in P. schilleriana.
Anche le piante di Phalaenopsis hanno una caratteristica eleganza, con foglie grandi, linguiformi, di tonalità verde intenso e brillante che, in alcune specie e nei loro ibridi, si presentano marmorizzate con tonalità più scure o argentate.
Negli ultimi anni, nonostante la crisi energetica e le lievitazioni dei costi (Phalaenopsis richiedono una temperatura costante di circa 18°C il giorno) vi è stato un interesse crescente degli amatori per le specie botaniche e dei coltivatori per il commercio del fiore reciso e delle piante fiorite.
Tutte le specie sono indigene dell'estremo oriente, specialmente, delle Filippine in un'area vasta di diffusione dall'Assam e Birmania alle Molucche.

Un tralcio di riori bianchi di Phalaenopsis 'Romantic'

Un incrocio: Phalaenopsis Kathy K. x Cadifa

Le diverse specie vengono comunemente divise in due gruppi in base alla struttura fiorale: Euphalaenopsis – caratterizzate da appendici sul labello e da petali più ampi dei sepali: appartengono a questo gruppo le specie e gli ibridi commercialmente più interessanti. Stauroglottis – caratterizzate da petali simili ai sepali e labello privo di appendici.
Phalaenopsis sono piante epifite o litofite, che crescono attaccate a rami e tronchi degli alberi, rocce e banchi di muschio sospesi sull'acqua, quasi sempre in zone molto ombreggiate. Da qui si comprende come Phalaenopsis necessitino di una elevata umidità relativa e di ombreggiamento solo nei mesi estivi se coltivate alle nostre latitudini.
Le piante hanno foglie carnose e persistenti che possono essere lunghe fino a circa 50 cm e larghe 10 cm e che sono il solo organo di immagazzinamento d'acqua. Come altre Vandinae, non hanno pseudobulbi, d'altra parte non necessari in un ambiente ricchissimo di umidità come è quello in cui crescono.
Tre specie, P. lowii, P. parischii e P. esmeralda, nei loro habitat d'origine (ove vegetano su cespugli e rocce calcaree) sono decidue, ma in coltivazione nelle nostre serre, dove non sono soggette a drastici cambiamenti di stagione, normalmente il loro fogliame diviene persistente.
L'apparato radicale è abbondante ed aderisce fermamente a qualsiasi supporto, sia esso albero o roccia. Infatti quando le piante si invasano è virtualmente impossibile distaccare le radici dalla parete del vaso di terracotta senza che gran parte della membrana che le ricopre non vi resti attaccata, danneggiando l'apice radicale.
Solo in P. schilleriana e P. stuartiana le radici, dal colore argentato, sono larghe e appiattite, rotonde in tutte le altre specie. In natura la maggioranza delle specie fiorisce quando le temperature assumono un andamento uniforme, dai 24°C di notte, ai 35°C di giorno. Le spighe fiorali formano come una cascata insieme alle foglie; la fioritura è sempre abbondante poiché le piante spesso fioriscono più di una volta nel corso dell'anno dalla medesima spiga; quando i fiori appassiscono, spuntano nuovi rami sulla spiga che producono una nuova fioritura.
In coltivazione nei nostri ambienti la fioritura è concentrata nei mesi invernali (dicembre-aprile), ma è possibile avere fiori tutto l'anno in quanto, recidendo uno stelo fiorale al disopra di una gemma, a circa metà della sua lunghezza totale, la pianta produrrà in poco tempo un nuovo ramo fiorale.
Nelle coltivazioni per fiore reciso le spighe fiorali vengono mantenute in posizione eretta da appositi sostegni. La non contemporaneità di fioritura sulla spiga, che è ritenuto un pregio per le piante da collezione (si desidera osservare i fiori a lungo), è un difetto per le piante da fiore reciso in cui la contemporaneità garantisce che tutti i fiori siano nelle migliori condizioni. E' difficile, date le difficoltà di moltiplicazione agamica, disporre di molte piante di uno stesso clone.
Nel caso degli ibridi più interessanti l'incrocio viene ripetuto indefinitamente e fra i semenzali simili fra loro vengono scartate le peggiori dopo la prima fioritura.
Quando le condizioni ambientali sono ideali, soprattutto per temperatura e umidità relativa, le piante possono produrre «keiki» cioè piantine dalle gemme indifferenziate presenti lungo gli steli fiorali. Poiché il fenomeno e più frequente nelle specie spontanee che negli ibridi commerciali in natura è possibile rinvenire piante le cui spighe fiorali hanno prodotto keikis che a loro volta producono spighe fiorali.
Questa capacità di Phalaenopsis è stata sfruttata per moltiplicare agamicamente alcuni dei cloni più interessanti stimolando la formazione di piantine sullo stelo con l'applicazione di paste contenenti ormoni (citochinine e auxine).
Di recente la tecnica delle colture «in vitro» ha permesso, sempre partendo dalle gemme presenti sugli steli fiorali, di ottenere risultati positivi; ma i risultati non sono paragonabili a quelli di altre specie (Cattleya e Cymbidium) in cui con la coltura «in vitro» si ottengono in poco tempo migliaia di piantine.

Phalaenopsis Golden Sands 'Miami Shores'

Phalaenopsis 'Ravel' a fiori viola

Le principali esigenze colturali di Phalaenopsis sono le seguenti:

Temperatura
Essendo originarie di climi caldi richiedono temperature che vanno dai 18-21°C di notte ai 26-29°C di giorno. Riescono a sopportare temperature elevate, fino ai 35°C, solo se hanno buona disponibilità di acqua. e buon ombretigiamento; un abbassamento della temperatura nelle ore notturne a 12-13°C per circa due settimane favorisce l'induzione a fiore.

Luce
Rispetto ad altre orchidee necessitano di poca luce. Una intensità luminosa di 4.000-5.000 lux è sufficiente; nella stagione di prefloritura è bene aumentare l'intensità a circa 13.000-15.000 lux per favorire l'induzione a fiore.

Acqua
Tutte le Vandinae non hanno organi di riserva, ne consegue una limitata resistenza alle carenze idriche, anche per brevi periodi di tempo, anche perché una scarsa umidità aumenta notevolmente la concentrazione salina del substrato.
Un eccesso, soprattutto un ristagno di umidità, può però risultare dannoso, forse in misura maggiore della carenza di acqua.
Le bagnature, nel numero e nella quantità, vanno regolate in base ai substrati usati ed alla fase di sviluppo della pianta; in via indicativa ogni 8-10 giorni in inverno, ogni 4-5 giorni o più spesso, in estate.
E' importante non bagnare le piante di serra. Vanno evitate le acque ricche di calcare e di cloro, ideale è l'acqua piovana.

Umidità
In fase di coltivazione è opportuno mantenere un'umidità relativa compresa fra il 60 e l'80% la cui variazione deve seguire quella della temperatura sia nelle ore diurne che notturne.

Substrato
Vi sono divergenze circa il migliore materiale da usare come substrato: se sia da preferire l'osmunda o, il bark. La prima deriva dai rizomi di una felce – Osmunda regalis -meglio nota come felce florida, che vengono frantumati. purtroppo, difficilmente reperibile e di conseguenza molto costosa.
In genere, prima di utilizzarla,, è necessario un buon lavaggio per eliminare i corpi estranei; essendo fibrosa rende difficile e lungo il rinvaso.
Il bark deriva dalla corteccia di alcune conifere, che viene frantumata e sottoposta a trattamenti di deresinizzazione e sterilizzazione,, quindi posta in vendita in diverse pezzature in base alla dimensione della pianta. Il bark si presta facilmente ai rinvasi in quanto maneggiabile come un normale terriccio.
A giudizio di Hager, che negli U.S.A. è stato, per molti anni uno dei più grossi specialisti della coltivazione di Phalaenopsis, l'osmunda è superiore al bark in quanto le piante danno una migliore fioritura.
Si deve riconoscere che i due substrati presentano entrambi pregi e difetti. La scelta dell'uno o dell'altro è lasciata al coltivatore che, in base alla propria esperienza opterà per uno dei due; tenendo però presente che l'osmunda trattiene maggiormente acqua e sostanze nutritive. Di conseguenza quando si usa il bark, che ha scarsa capacità di assorbimento, si devono usare quantità superiori di acqua e di fertilizzanti.

Concimazione
La fertilizzazione è molto importante in quanto il substrato da minimi apporti nutritivi alle piante. La concimazione va regolata in rapporto all'età delle piante e alla loro fase fenologica. Molto utili si rivelano i concimi complessi ternari (N, P, K), che vengono distribuiti, disciolti in acqua, alla concentrazione di 1-2 grammi litro bagnando però bene il substrato prima della fertilizzazione, ad evitare le eccessive concentrazioni saline.
I più usati sono tre formulati: 30-10-10: applicato alle piantine in fase di allevamento o su piante adulte, ogni due settimane, durante il periodo di emissione delle nuove foglie; 10-30-20; durante l'emissione degli steli fiorali; 20-20-20: per circa tre mesi dopo la fioritura.
Alcuni problemi della coltura si evidenziano con sintomi tipici: l'eccesso idrico provoca marciumi che causano normalmente la perdita delle foglie fino alla morte della pianta; la carenza idrica si manifesta invece con diminuzione e arresto della crescita e caduta dei fiori. Una scarsa umidità ambientale causa la comparsa di foglie poco turgide, che perdono la tipica lucentezza.
Eccessi luminosi possono provocare ustioni fogliari, dovute ai raggi solari che colpiscono la foglia non perfettamente asciutta. L'ustione è pericolosa in quanto rappresenta una via d'accesso per vari microrganismi patogeni.
Il primo sintomo di un eccesso di concimazione è la bruciatura degli apici radicali, in casi estremi si può giungere fino alla perdita di tutta la radice. Le cause sono gli errori durante la preparazione delle soluzioni (troppo concentrate) o eccessi di somministrazione che creano accumuli nel substrato.
Le operazioni di rinvaso vanno fatte solo alla ripresa vegetativa, quando compaiono le nuove radici, rispettandone al massimo l'integrità. Se effettuate in epoca sbagliata (mai durante la fioritura!) sono più dannose che benefiche.
Da quanto detto circa le condizioni ambientali richieste da Phalaenopsis si nota che possono anche sopravvivere in un appartamento a patto che vi sia una certa umidità relativa, condizione però che difficilmente si ha nei mesi invernali quando l'accensione dei termosifoni provocano condizioni sfavorevolissime. In casa è possibile garantire una buona umidità coprendo le piante con una campana di vetro o di plastica.
La coltura della Phalaenopsis è in complesso difficile anche se la pianta si adatta a condizioni non ideali; in questo caso, la crescita e la fioritura saranno inferiori all'attesa. Questo è il caso delle piante allevate in casa che soffrono di solito per l'ambiente secco.
In coltura industriale se si dispone di una serra in grado di soddisfare le esigenze di temperatura ed umidità di questa pianta, i problemi sono di natura diversa, il problema maggiore è quello di indurre le piante a fiorire non solo a fine inverno, ma nel corso dell'anno soprattutto nei momenti in cui maggiore è la richiesta di fiori.