Piante medicinali moderne

La moderna ricerca farmacologica guarda con estremo interesse al vastissimo regno vegetale per esplorare tutte le potenzialità contenute nelle piante.

Salix alba
Salix alba

“Il salice è albero volgare. Le cui fronde, seme, corteccia e liquore hanno virtù costrettiva. Le fronde trite, e bevute con un poco di vino e di pepe, vagliono à i dolori dei fianchi: e tolte sole con acqua non lasciar ingravidare le donne. Ristagna il seme, bevuto, lo sputo del sangue. Il che fa parimente la sua corteccia. La cui cenere macerata in aceto guarisce i porri e i calli, che s’impiastrano con essa … “. Così sentenzia – nella traduzione cinquecentesca di Pietro Andrea Mattioli – il celebre medico greco Dioscoride, vissuto nel I secolo dopo Cristo. Anzi, le virtù officinali del salice sono ben note da almeno 2.500 anni, dal momento che già Ippocrate, nel V secolo a.C., l’aveva raccomandato alle partorienti per alleviare i loro dolori.

Solo da pochi secoli, tuttavia, si è passati a uno sfruttamento assai più preciso e sistematico di una pianta tanto bella quanto utile. Sappiamo infatti che frequentemente nell’antichità l’erboristeria ha solo sfiorato la conoscenza delle effettive virtù terapeutiche delle piante, limitandosi a usare in decotti e intrugli vari alcune loro parti (foglie, corteccia, semi, fiori e radici) più o meno così come la natura le presentava, senza cioè arrivare a cogliere l’essenza stessa delle potenzialità medicamentose della pianta, mettendo in luce i suoi principi attivi.

Il vero salto di qualità, in questo senso, si ebbe solo con Paracelso (XVI secolo), il celebre alchimista-filosofo tedesco che per primo andò alla ricerca del principio attivo della pianta, selezionando e separando le sostanze in essa contenute, e aprendo in tal modo la via per la sintesi del principio e quindi per la moderna chimica organica e farmaceutica.

L’esempio del salice (Salix alba) risulta quasi paradigmatico per comprendere il momento della frattura fra l’erboristeria di stampo medievale e la moderna scienza farmacologica.
Fu un religioso inglese, certo Edward Stone, ad annunciare nel 1763 che era riuscito ad abbassare la temperatura corporea di alcuni malati, somministrando loro un estratto di corteccia di salice. Pochi anni dopo, i ricercatori Gúnz, tedesco, e Coste e Villement, francesi, proposero l’impiego della corteccia di salice come succedaneo del chinino, un ritrovato validissimo ma non facile da produrre per la mancanza in Europa di piante del genere Cinchona. Sul finire del Settecento si arrivò quindi alla sintesi dell’acido acetilsalicilico, la cui azione benefica contro le malattie reumatiche e contro i dolori fu tuttavia provata sperimentalmente solo un secolo dopo, tanto che solo nel 1899 venne brevettato dall’industria farmaceutica Bayer il prodotto che tutti conosciamo con il celeberrimo nome di Aspirina. Il farmaco, oggi ritenuto la più vecchia tra tutte le medicine in commercio, pur essendo stato recentemente sconsigliato ai giovani malati di malattie respiratorie provocate da virus, resta una pietra miliare della farmacopea, anche per il suo bassissimo costo, tanto che ogni anno se ne vendono al mondo circa 40 mila tonnellate (cento miliardi di compresse).

Tuttavia, la moderna ricerca farmacologica, nel tentativo di sconfiggere le malattie del secolo, è tornata a guardare con estremo interesse al vastissimo regno vegetale, all’interno del quale si stanno esplorando tutte le potenzialità contenute nelle droghe, intendendo con questo termine tutte le parti della pianta impiegate per l’estrazione e l’isolamento del principio attivo, dopo le opportune riduzioni dimensionali.
Ma ciò che rende interessante il discorso anche per noi amatori di giardini è che molte delle specie in oggetto sono conosciutissime piante ornamentali, le cui virtù forse neppure sospettiamo mentre ne facciamo uso durante la sistemazione di una bordura o di un’aiuola.

Prendiamo il caso forse più clamoroso, quello delle pervinche (Vinca minore e Vinca major), talmente diffuse non solo in tutti i nostri boschi ma anche nei giardini come ottime tappezzanti, che quasi non facciamo neppure caso alla loro presenza. Eppure le foglie di queste tenere pianticelle dal fiore azzurro sono da lungo tempo impiegate contro catarri cronici e altri mali di non eccessiva gravità; in tempi recenti, però, si è scoperto che in Vinca minor sono presenti, sia pure in non grandi quantità, alcune sostanze importantissime per la lotta contro alcune forme di neoplasie.

Vinca minor
Vinca minor

Le medesime sostanze vengono con maggior profitto estratte da una parente molto simile alla comune pervinca, cioè da Catharanthus roseus (o pervinca del Madagascar), anch’essa appartenente alla famiglia delle Apocynaceae e coltivata da seme come annuale, sia nelle bordure estive che in vaso. Un tempo rara, in quanto pianta endemica nel Madagascar, essa si è poi largamente naturalizzata nei Tropici, diventando infine negli anni Cinquanta oggetto di grandi attenzioni da parte degli studiosi di nuove terapie antitumorali. Infatti le sue radici sono un autentico laboratorio chimico, inimitabile come tale dall’uomo, essendo in grado – tramite complesse reazioni biochimiche correlate all’attività di numerosi enzimi di produrre ben 75 alcaloidi diversi, tra cui la vinblastina e la vincristina, ormai universalmente riconosciute come sostanze capaci di contrastare vari tipi di tumori infantili, quali la leucemia e il morbo di Hodgkin. Nel solo Texas, le industrie farmaceutiche coltivano estensivamente Catharanthus roseus in quantità tali da fornire una provvista di circa otto tonnellate di fiori all’anno.

Catharanthus roseus
Catharanthus roseus

Sempre nel settore delle piante che riescono a darci una mano nella lotta contro le neoplasie, negli ultimi tempi si sta rivalutando in modo sensibile il tasso, che invece – forse per una strana legge del contrappasso – nell’antichità, e soprattutto presso i Celti, era considerato funebre in virtù della tossicità di tutte le sue parti, ad eccezione della polpa rossa e dolciastra dei frutti. I ricercatori moderni si sono invece avvalsi dell’esperienza delle tribù indigene nordamericane che, per secoli, hanno usato una specie locale di tasso, sia per provocare l’aborto che per curare alcune forme di cancro della pelle. Questa pianta, che risponde al nome scientifico di Taxus brevifolia, possiede il proprio habitat in zone ombreggiate e nelle forre di montagna fra la Columbia Britannica e la California, quindi lungo le coste del Pacifico. Nel 1979 venne trovata nella corteccia e nelle radici di questo tasso la presenza di un principio attivo, il tassolo (poi chiamato paclitaxel), in grado di arrestare la proliferazione delle cellule tumorali in alcuni casi di neoplasie, quali il carcinoma mammario, uterino e ovarico, nonché quello del tratto esofageo. Tuttavia, alcuni problemi hanno rallentato la produzione del farmaco, poiché la quantità di paclitaxel presente negli alberi è risultata troppo modesta (si è calcolato che per curare una sola persona è necessario utilizzare un’intera pianta di almeno 60 anni d’età), in aggiunta al fatto che l’esigenza di impiegare le parti vitali della pianta (le radici) ha suscitato non poche proteste da sparte degli ambientalisti americani. Una buona fonte alternativa è stata trovata nel comune tasso europeo (Taxus baccata), dal momento che la droga è stata individuata nelle foglie e nei rametti, quindi in parti rinnovabili delle piante, senza cioè incidere su un’eventuale estinzione della specie. In questo caso, pero , il principio, che si chiama desacetilbaccatina, è solo un precursore del paclitaxel, il quale viene ottenuto con un metodo semisintetico. Ancor più recentemente, infine, si è scoperto che un terzo tasso, l’ibrido Taxus x media (T. baccata x T. cuspidata), contiene paclitaxel in quantità sufficienti da giustificarne la coltivazione artificiale in appositi vivai.

taxus x media
Taxus x media

Un’altra pianta estremamente importante per la salute dell’uomo, ormai da diversi anni, è la digitale, le cui foglie contengono alcuni glucosidi, che agiscono da regolatori del ritmo cardiaco e che trovano un uso elettivo nell’insufficienza cardiaca. Una corretta dose di digitale – tratta da Digitalis purpurea e da Digitalis lanata – regolarizza il numero di battiti del cuore, facendo sì che la sistole ventricolare sia più sostenuta e più ampia, mentre in caso di insufficienza cardiaca essa stimola l’innalzamento della pressione e favorisce il riassorbimento degli edemi. È curioso osservare che la farmacologia clinica e la ricerca farmaceutica non sono ancora riuscite a individuare principi attivi alternativi ai digitalici, per ottenere i quali è obbligatorio dunque ricorrere alle bellissime perenni da giardino che ben conosciamo.

Digitalis lanata
Digitalis lanata

Numerose altre, naturalmente, sono le piante a cui si fa ricorso per i più disparati impieghi terapeutici. Si pensi al colchico (Colchicum autumnale), nei cui bulbi sono contenuti alcaioidi, anche fortemente tossici, come la colchicina, che però possiede una notevole attività mutagena e che viene soprattutto utilizzata in studi per saggiare l’attività antitumorale di altre sostanze; è curioso osservare che il medesimo alcaloide è contenuto nei semi di una bellissima rampicante tropicale, Gloriosa superba (Liliaceae). Un secondo alcaloide, colchicoside, viene invece impiegato per ottenere un derivato che si usa come miorilassante e contro la gotta.

Colchicum autumnale
Colchicum autumnale

Anche il comunissimo pomodoro (Lycopersicon esculentum) offre non pochi vantaggi con il principio attivo lycopene, capace di bloccare i cosiddetti radicali liberi presenti nell’organismo, ai quali viene imputata un azione degenerativa a carico delle strutture cellulari di diversi organi. Con le piante del genere Cassia (oggi: Senna) si ottengono lassativi e purganti di sicura efficacia, mentre con gli antocianosidi derivati dal mirtillo (Vaccinium myrtillus) si ottengono farmaci vasoprotettori a livello capillare, prevenendo anche le couperose dovute alla rottura dei vasi superficiali della cute del viso.

Senna corymbosa
Senna corymbosa

Inoltre con l’ippocastano (Aesculus hippocastanum) e con il suo principio attivo escina si hanno buoni effetti antiedematosi, con Valeriana officinalis si combattono l’insonnia e gli stati ansiosi di modesta entità, con Artemisia e con Hypericum i virus, con i rizomi di pungitopo (Ruscus aculeatus) le emorroidi, con le foglie di Ginkgo biloba infine si producono ottimi vasodilatatori periferici.
Ma il lavoro di ricerca è ancora ben lontano dall’essere terminato, se è vero che, al momento attuale, l’industria farmaceutica moderna si avvale di meno di cento specie vegetali per ricavare centoventi composti chimici puri da utilizzare nella pratica clinica.

ginko biloba
Fogli di Ginko biloba