Potatura per il restauro di un filare storico di gelsi

Le tecniche per mantenere in vita importanti segni del passato

Appartenenti alla famiglia delle Moraceae, i gelsi, sia il bianco che il nero, venivano tradizionalmente coltivati nella Pianura Padana. Si caratterizzano per l'avere un fusto breve con rami robusti formanti una chioma ovoidale allargata. Possono raggiungere i 15 metri di altezza e presentano una corteccia finemente screpolata di colore grigio brunastro. Vi sono una dozzina di varietà distinte di Morus descritte. Le specie coltivate sono di origine asiatica ed americana. Il gelso bianco (Morus alba L.), originario della Cina, è l'unico albero coltivato per alimentare le larve di baco da seta. E' considerata una specie longeva; nella Pianura Padana sono stati trovati esemplari di 400 anni di età ma l'età in genere raggiungibile e sui 150 anni. Viene coltivato in genere in pianura, predilige i suoli freschi, profondi e ben drenati pur adattandosi anche a terreni più pesanti purché ben lavorati. Morus nigra (gelso nero, gelso inglese, gelso della Persia) è la specie più coltivata in Europa. Indigeno della Persia, fu introdotto in Europa all'inizio del XVI secolo. E' considerata una specie a crescita lenta ed assai longeva ed ha interesse ornamentale.

Filare di gelsi nel territorio di Bentivoglio. Il filare costituito di 28 esemplari ne annovera alcuni di notevole sviluppo diametrale.

I gelsi nel paesaggio padano
La coltura del gelso venne introdotta in Italia nel Xll secolo, quando Ruggero di Sicilia importò nel suo reame l'albero dalla Grecia, dove la coltivazione veniva praticata su larga scala. In seguito, intorno al 1315, il gelso si diffuse in tutt'Italia. Non si conosce con esattezza la sua introduzione in Emilia Romagna; molto probabilmente la diffusione si ebbe solo dopo il XVI secolo. Col tempo la coltivazione andò assumendo via via più importanza tanto da caratterizzare con la disposizione per filare i tratti del paesaggio agricolo.
A seguito degli interventi di trasformazione fondiaria i gelsi vennero impiegati in filari ai bordi delle strade rurali o disposti lungo i confini dei piccoli appezzamenti. Viene inoltre a caratterizzare un elemento paesaggistico tipico della ruralità padana: la «piantata» dove funge anche da tutore arboreo per la vite. Il massimo sviluppo della coltivazione del gelso si ebbe intorno al 1700 grazie alla floridezza del mercato della seta ed alla disponibilità di terreni ancora vergini. Nel secolo successivo si assistette ad un rapido declino del settore. I motivi sono da ricercare nello stabilizzarsi del mercato interno, nel peggioramento qualitativo della produzione oltre ad una malattia che provocò morie elevate di piante adulte.

Lato del filare con interventi di potatura già eseguiti. Detti interventi hanno riguardato solo i rami lungo lo stradone per agevolare il passaggio delle macchine agricole.

Un filare storico
Nelle campagne di Bentivoglio, a pochi passi dal canale Navile in via dell'Olmo, sopravvive uno dei pochi viali di gelso che l'evolversi dei costumi agricoli ha risparmiato. La sua collocazione ai lati di una strada sopra un largo argine ha fatto si che non disturbasse le esigenze di moderna meccanizzazione nelle risale adiacenti, ma la sua conservazione è dovuta principalmente alle attenzioni del fattore del Marchese Pizzardi, antico proprietario di quei terreni. Un età degli alberi è di circa 80 anni; il diametro è di oltre un metro. Detti gelsi furono sfogliati per l'ultima volta, per dare nutrimento ai bachi da seta negli anni '50 dopo di che, cessate le esigenze legate alla produzione della seta, segui una fase di parziale abbandono durante la quale gli unici interventi colturali restarono i rari prelievi di legname. Dopo gli anni '60, nemmeno le mondine si fermarono più all'ombra di quel viale di gelsi per trovare ristoro dopo le dure fatiche coi piedi a bagno nell'acqua ed il sole rovente sulla testa. Certo è che se la sopravvivenza di quel viale fosse solo dovuta dipendere dalle esigenze economiche produttive non ne sarebbe certamente rimasto traccia. Ma giocarono a suo favore la bellezza degli alberi divenuti ormai veramente monumentali e la volontà di conservazione del nuovo proprietario del viale, il comune di Bentivoglio, assai sensibile alle problematiche ambientali e di conservazione del patrimonio culturale legate alle vecchie tradizioni contadine.

Esempio di potatura realizzata: sono stati eliminati i rami meno vigorosi e quelli cresciuti all'interno della chioma.

Interventi
I gelsi in questione, una quindicina di anni or sono, furono sottoposti ad una drastica potatura a livello delle branche principali, con tagli fino a 30 cm di diametro i quali finirono per produrre numerosi guasti alla pianta. Le carie si sono trasformate poi in profonde cavità nel tronco e nelle branche principali. Ora quasi tutti i gelsi oggetto delle nostre attenzioni sono cavi per buona metà del proprio diametro. La corretta potatura del gelso, quella che si faceva un tempo per la produzione di foglie per il baco da seta e che dà il nome alla forma tipica del gelso detta a «capitozzo» dovrebbe venire ripetuta ogni 34 anni. Dal tempo dell'ultimo drastico intervento di potatura, i gelsi hanno reagito emettendo un elevato numero di nuovi grossi rami, alcuni dal portamento equilibrato e ben inseriti a livello delle branche principali, altri invece assai prostrati finivano col dare enorme base di appoggio alle precipitazioni nevose causando sbrancamenti a livello delle branche principali.
Era evidente l'urgenza di intervenire sulla chioma per eliminare gli inconvenienti più gravi quali ad esempio la tendenza agli sbrancamenti. Un ipotesi di ripetere la capitozzatura fu scartata per i seguenti motivi:

  1. nei gelsi in oggetto l'equilibrio fra nuovo legno prodotto e legno di decadimento tendeva al negativo, un'eventuale capitozzatura avrebbe sicuramente peggiorato il rapporto fra legno sano e legno in decadimento; in sostanza il decadimento del legno vecchio sarebbe continuato, mentre la produzione di legno nuovo sarebbe virtualmente cessata per un periodo di alcuni anni in attesa della ricostituzione di una nuova chioma.

  2. Per riportare i gelsi alla vecchia forma a capitozzo si sarebbero dovuti eseguire infatti tagli assai grossi che avrebbero debilitato gli alberi (è noto come verso la base dei rami vengano accumulati notevoli quantitativi di materiali energetici di riserva). In definitiva, affinché l'albero potesse continuare a produrre legno senza interruzione, si è proceduto nel modo seguente: sono stati lasciati integri o con tagli di ritorno modesti i rami con buon portamento ed inserzione nelle branche principali equilibrata, mentre sono stati eliminati alla base quelli con portamento prostrato, quelli secchi o con vari problemi di stabilità o danneggiati. Cosi operando si è pure ottenuto lo scopo di alleggerire una chioma pesante nel suo complesso e di migliorare le condizioni di equilibrio chioma-radice. Il risultato finale dell'intervento ricorda la forma libera, sia pure mediata dall'intervento dell'uomo. La tecnica utilizzata è da ritenersi applicabile in situazioni analoghe, quando cioè a causa dell'abbandono di una tecnica colturale specifica per un lungo lasso di tempo non risulti conveniente il recupero della tradizionale forma a capitozzo.