Quando gli uomini nascevano dalle piante

Mitologia delle piante

Di Sara Poledrelli

 

Gli indios zapotechi del Messico, secondo la loro tradizione precolombiana, avevano due miti cosmogonici, uno celeste e uno terrestre. Entrambi sono giunti fino a noi attraverso la mediazione di un missionario domenicano, fray Francisco de Burgoa che, nell’intento di estirpare ogni traccia di presunta idolatria e diffondere il credo cristiano, si occupò di raccogliere “las fabulas” dei popoli indigeni, per meglio censurarne ogni eventuale permanenza.
Il mito celeste fa derivare l’origine del mondo e del genere umano da una stella luminosa, con tutta probabilità il sole, che scesa sulla terra in forma di uccello (la guacamaya, sorta di grande pappagallo dalle piume verde brillante) avrebbe dato inizio alla creazione di tutto ciò che esiste.
L’altra versione del mito, invece, che può considerarsi tripartita, menziona tre diverse origini che gli indios si attribuivano, a seconda della caratteristica del loro popolo che volevano esaltare. Il passo della Geográfica descripción recita: «[…] éstos, ya por preciarse de valientes, se hacían hijos de leones, y fieras silvestres, si grandes señores, y antiguos, producidos de árboles descollados y sombríos, si invencibles y porfiados, de que se preciaban mucho, que los habían parido escollos, y peñascos […]». La prima fa discendere gli uomini valorosi dalle fiere selvagge; la seconda afferma che i sovrani più antichi e importanti nacquero dagli alberi più alti e frondosi; la terza vuole che i guerrieri invincibili e caparbi vantassero di essere sorti da rocce e scogli.

Di queste tre possibili genesi, quella che ebbe più fortuna attraverso i secoli fu la seconda. Ancora oggi, infatti, nella regione dell’Istmo di Tehuantepec, nel sud dello Stato di Oaxaca, gli anziani indigeni raccontano che l’umanità fu partorita dalle radici degli alberi.
Il poeta Andrés Henestrosa, che ha studiato l’etimologia del termine autoctono binningula’sa – in realtà, “zapoteco” è un appellativo nahua, imposto dagli aztechi che conquistarono il territorio poco prima dell’arrivo degli spagnoli –, ritiene che nel nome col quale il popolo chiama se stesso sia racchiuso il mito originario: binni «gente», gu «radice», la’sa «flessibile», ovvero «gente nata dalle radici flessibili». Le radici flessibili, altro non sono se non la parte più tenera ed elastica della pianta, quella più a diretto contatto con la terra, dalla quale traggono il nutrimento, per esprimerci in termini scientifici contemporanei, gli apici radicali. Per questo gli indios sono convinti che la forza vitale, pulsante, duttile e capace di generare sia contenuta nella parte più tenera della radice.