Rimboschimenti di monte Semario

RIASSUNTO Vengono analizzati i rimboschimenti di Monte Senario, attorno all'antico Convento, e soprattutto quelli di douglasia, che negli ultimi 50 anni sono venuti sostituendo quasi completamente i tradizionali impianti a […]

RIASSUNTO
Vengono analizzati i rimboschimenti di Monte Senario, attorno all'antico Convento, e soprattutto quelli di douglasia, che negli ultimi 50 anni sono venuti sostituendo quasi completamente i tradizionali impianti a base di abete bianco, rivelatisi dopo alcuni secoli di coltura ininterrotta, eccessivamente soggetti alle malattie e ad altre avversità. Tutte le piantagioni sono in buone condizioni, ma difetta molto la rinnovazione naturale delle conifere. Per una gestione maggiormente orientata verso la naturalità ma anche rispettosa delle tradizioni, viene quindi suggerito di sostituire gradualmente gli impianti attuali con altri in cui, accanto alla douglasia, al pino nero (e anche all'abete bianco, su piccole superfici), trovino largo spazio cerro, castagno, acero montano e altre latifoglie nobili, tutte del resto già presenti in zona con abbondante rinnovazione.


Il primo nucleo del Convento di Monte Senario sorse come ben noto ad opera dei sette Santi Fondatori dell'Ordine dei Servi di Maria, sulla vetta allora denominata "Mons asinarius", attorno alla metà del XIII secolo, e ben presto si circondò di terreni, boscati e non, che la pietà dei fedeli via via destinava, con generose donazioni, al sostegno del nuovo Ordine.
Nulla di preciso è stato tramandato circa la fisionomia e l'ubicazione di queste proprietà, ma si ha motivo di ritenere che già fino dai primi secoli non si discostassero molto dalle attuali. Analogamente si ignora a quando esattamente risalgano le prime piantagioni di abete intorno al Santuario, anche se tutto lascia credere si tratti di diversi secoli fa, grosso modo non meno di 3 o 4, nel rispetto della ben radicata tradizione monastica che voleva questa pianta vicina più di ogni altra alla spiritualità degli Ordini religiosi.

L'ultimo nucleo di abete bianco rimasto in gran parte stramaturo.

Non è dunque azzardato ipotizzare che si delineassero abbastanza presto nelle proprietà del Convento tre diverse i destinazioni colturali: terreni agrari e pascolivi (suddivisi conformemente alle usanze toscane in unità poderali affidate a mezzadri, compartecipanti o affittuari), boschi di latifoglie indigene (più che altro castagno e querce), e infine abetine di abete bianco. Non risulta molto chiara la forma di gestione dei boschi di latifoglie, probabilmente in parte diretta e in parte a compartecipazione, mentre quella delle abetine dovette essere sempre diretta.
Poco c'è da dire delle porzioni a coltura agraria, se non che verosimilmente la loro fisionomia, pur fra gli alti e bassi delle diverse colture e degli allevamenti, è rimasta praticamente immutata fino a pochi decenni fa; per poi appiattirsi di colpo, in conseguenza della generale crisi dell'agricoltura, su di un uniforme abbandono appena scalfito, a volte, da tentativi di restauro, oppure più spesso portato alle estreme conseguenze con il rimboschimento. I boschi di latifoglie, viceversa, sono stati altrettanto verosimilmente ridotti abbastanza presto quasi tutti da fustaie a cedui, in conformità della vivacissima tendenza locale a privilegiare ovunque possibile questa forma di governo: sia sul castagno, sia a maggior ragione sul cerro e la roverella.
Per quanto riguarda le abetine, ricordato che esse dovettero interessare quasi esclusivamente la ristretta zona posta grosso modo fra il Santuario e la Ghiacciaia, per una estensione complessiva mai superiore ai 20-30 ha, giova aggiungere in questa sede che nonostante la limitata superficie la loro notorietà fu sempre buona: quasi una piccola Vallombrosa alle porte di Firenze insomma, anche se qualitativamente e quantitativamente ben lontana dall'altra. D'altronde la natura dei terreni, la sfavorevole esposizione e le quote molto basse (da 700 a 800 m) costituivano insuperabili fattori limitanti: a dispetto dei quali comunque la coltura fu ripetuta e ripetuta fin quasi ai nostri giorni senza grossi inconvenienti, tranne forse un po' di schianti e qualche sradicamento di troppo. Grossi inconvenienti che invece cominciarono a manifestarsi, con l'incontrollabile diffusione del marciume radicale e con l'intensificarsi degli schianti e degli sradicamenti, già nei primi decenni di questo secolo, fino a divenire disastrosi all'incirca dopo la fine dell'ultima guerra.
La risposta della Comunità monastica a questa sorta di reazione di rigetto di una coltura forse troppo e troppo a lungo "forzata" oltre i suoi limiti naturali, è stata drastica, non sappiamo quanto in accordo con le Autorità forestali dell'epoca: progressiva ma radicale sostituzione dell'abete bianco con la douglasia, a parte soltanto alcuni piccoli appezzamenti nelle immediate vicinanze del Santuario.
Risulta con certezza che all'epoca, ossia verso la fine degli anni '40, l'abete bianco occupava ancora nella proprietà una ventina di ha circa, ubicati nella zona indicata poc'anzi, mentre un altro paio di ha erano popolati da pino nero, un'ottantina da cedui di latifoglie e pochi di più da terreni agrari o pascolivi; assente la douglasia. Trenta anni più tardi le abetine erano ridotte alla metà, come si apprende dallo studio del Dr. Umberto Cavini citato anche in bibliografia, e oggi infine (1995) superano appena i 6 ha, la maggior parte dei quali in consociazione; l'operazione può quindi dirsi conclusa.
Quasi contemporaneamente, per l'esattezza nel periodo compreso fra il 1955 e il 1960, un altro avvenimento veniva ad alterare ulteriormente la fisionomia colturale e l'aspetto esteriore della proprietà: ci riferiamo al rimboschimento eseguito dal CPR (Consorzio provinciale di rimboschimento fra lo Stato e la Provincia di Firenze), con fondi del Ministero dell'agricoltura e foreste, di una vasta superficie già a pascolo ma abbandonata da tempo in zona "Cantalupo", impiegando prevalentemente pino nero ma anche abeti. Ne furono interessati ben 22 ha ossia in un colpo più di quelli fino ad allora investiti complessivamente a conifere. Infine, negli ultimissimi anni, qualche iniziativa per ricuperare con il rimboschimento, prevalentemente a douglasia e pino nero, alcune porzioni (7-8 ha in tutto) dei terreni agrari abbandonati, ma di buon valore, ancora presenti nella parte bassa della proprietà.
Riassumendo, molti secoli di immobilità nell'andamento proprietario, seguiti però negli ultimi 50 anni da cambiamenti di non poco conto, specialmente nel settore agrario e in quello dei rimboschimenti, come vedremo meglio in seguito.
Secondo i più aggiornati dati catastali, le proprietà del Convento di Monte Senario assommano oggi a circa 183 ha, occupanti, come risulta dalla cartina, quasi esclusivamente il versante meridionale del Monte, in Comune di Vaglia, a meno di 20 km da Firenze. Altitudine variabile dagli 815 m del Santuario ai 500 delle estreme porzioni sud-orientali. Clima temperato-freddo, piovosità intorno ai 1.000 mm annui, raramente nevosi, con siccità estiva; frequente la galaverna. Morfologicamente dolce con rare eccezioni, la pendice fa parte, sotto il profilo geologico, di un compatto nucleo di arenarie mioceniche con, a tratti, sottili livelli di argilliti.
All'interno della proprietà possiamo distinguere zone popolate prevalentemente da conifere, altre da latifoglie, altre infine non boscate, delle quali le prime occupano di preferenza le quote più elevate della porzione centrale, le seconde il settore orientale e le ultime quello meridionale. Gli accurati rilievi eseguiti nel 1995 hanno permesso di accertare complessivamente circa 55 ha, in superficie ragguagliata, di rimboschimenti; circa 78 ha popolati da latifoglie indigene (compresi un paio di ha di area di rispetto intorno al Santuario), e 50 ha di colture agrarie, ma meglio sarebbe dire, salvo poche eccezioni, semplicemente non boscati, così generalizzato è stato qui, come abbiamo già detto, l'abbandono di tali colture negli ultimi decenni. In ogni caso, rispetto alla fine degli anni '40, la superficie occupata da rimboschimenti è passata dal 12 al 30% dell'intera proprietà, e quella comunque boscata dal 56 al 72.
Poche righe saranno sufficienti ad illustrare la situazione dei boschi di latifoglie indigene, visto che dei terreni agrari non c'è nulla da dire. Nel complesso sembrano resistere abbastanza bene, anche se su estensioni leggermente ridotte; sono costituiti in massima parte da castagno e da querce decidue, seguiti alla lontana da carpino nero, orniello, acero montano (anche introdotto), sambuco, acero campestre, nocciolo, ontano nero, olmo, maggiociondolo, oltre a un paio di piante di faggio.
Sia il castagno che le querce (cerro e roverella) sono governati quasi esclusivamente a ceduo, ma mentre le prospettive del primo, nonostante una discreta diffusione del cancro corticale, sono ancora abbastanza buone, le querce non sembrano proprio avere nessun avvenire.

Giovane piantagione di Douglasia sullo sfondo di alcune piante residuate di abete bianco.

E siamo ai rimboschimenti. Delle numerose specie impiegate, soltanto tre rivestono importanza: la douglasia, con circa 23 ha in superficie ragguagliata, il pino nero con 20 e l'abete bianco con poco più di 6. Tutto il resto, ossia approssimativamente altri 6 ha, è costituito da latifoglie spontanee (le stesse enumerate poco fa), sparse in varia misura all'interno dei rimboschimenti ma quasi sempre in posizione sottomessa, e da conifere minori (abete rosso, chamaecyparis, pino silvestre, larice, pino strobo e pino marittimo), ancora meno significative.
La douglasia è presente un po' ovunque, anche se di preferenza, come è ovvio, nelle zone già ad abete bianco, ossia fra il Santuario e la Ghiacciaia; l'altitudine media si aggira sui 750 m, con estremi compresi fra 800 e (in un solo caso) poco più di 500.
Le condizioni della coltura sono uniformemente buone con rare punte di eccellenza, e buone per ora anche forma e portamento; le densità risultano quasi sempre colme o eccessive (tranne negli impianti più recenti), il che potrebbe forse parzialmente spiegare gli incrementi di regola non eccelsi. La douglasia preferisce l'allevamento in purezza, ma si adatta anche a molte consociazioni senza apparente disagio.
L'età varia da minimi di un paio di anni a massimi che, per i motivi esposti in precedenza, non superano i 45; l'età media ponderale è leggermente inferiore a 20 anni. Ben poco si può dire della rinnovazione naturale, sia perché gran parte delle piante censite non sono ancora fertili, sia perché la densità è spesso talmente elevata da inibire in pratica qualsiasi forma di vita vegetale sotto copertura, sottobosco compreso.
Le prospettive della coltura sono ottime in senso strettamente produttivo, naturalmente purché si provveda subito almeno ai diradamenti più urgenti: buone provvigioni, buoni incrementi, perfetto ambientamento, niente malattie. Più incerte invece se si prendono in considerazione anche i fattori ecologici e paesaggistici, la douglasia essendo pianta, oltreché di origine esotica, piuttosto monotona e di difficile rinnovazione naturale.
Segue, in ordine di importanza, il pino nero, specie anche questa introdotta abbastanza recentemente ma non quanto la douglasia, e impiegata, inoltre, più che altro in consociazione con l'abete bianco, la stessa douglasia e varie latifoglie indigene, a quote comprese fra 600 e 780 m, in media poco più di 700.
Le condizioni vegetative sono in genere buone, buoni o addirittura ottimi gli incrementi, il vigore, l'adattabilità; lasciano invece non di rado a desiderare forma e portamento, con molti esemplari tozzi e ramosi, forse perché attribuibili a provenienze austriache anziché corse o calabresi. Densità da normali a colme.
Le età variano da minimi di pochi anni come la douglasia a massimi invece, a differenza di quella, di oltre 80, anche se nella maggioranza dei casi non si discostano molto dai 40; e difatti la media ponderale è esattamente di 38 anni, non molto alta in assoluto (e comunque quasi doppia di quella della douglasia), ma sufficientemente significativa. La rinnovazione naturale, per quanto migliore rispetto alla douglasia, è sempre insufficiente; in compenso è discreta quella di latifoglie, castagno in primo luogo. Scarso anche il sottobosco.
Le prospettive, infine, sono piuttosto buone, anche se nelle ultime piantagioni l'impiego del pino nero è un po' rallentato. D'altronde i ben noti requisiti di rusticità, plasticità e vigoria propri di questa pianta, riteniamo ne imporranno ancora l'uso in molte circostanze e per parecchio tempo.
Eccoci infine all'abete bianco, o meglio a quanto ne rimane dopo le falcidie degli ultimi 50 anni, delle quali abbiamo già parlato. Ormai in tutta la proprietà è rimasto un solo nucleo di abete bianco pressoché puro, e per motivi di ordine prevalentemente estetico, nei pressi del Santuario, oltre a qualche piccolo gruppo all'interno dei rimboschimenti eseguiti dal CPR fra il 1955 e il 1960.
E' chiaro che in queste condizioni rimane piuttosto ardua qualunque considerazione, anche se dai pochi dati in nostro possesso ci sembrano largamente confermati lo stato vegetativo piuttosto scadente e i danni da marciume. Le età variano da una trentina di anni a oltre 80, per una media ponderale di poco superiore ai 40. L'altitudine degli impianti è sempre oltre i 700 m, la rinnovazione naturale nulla sotto lo stesso abete ma discreta nelle pinete vicine, il sottobosco di regola sufficiente.
Le prospettive sembrerebbe dovessero essere del tutto negative, mentre a nostro parere non è invece da escludere che col tempo l'abete finisca con il trovarsi ritagliato un certo spazio, seppure minoritario: sia in funzione per così dire "emblematica" attorno al Santuario, sia soprattutto come componente dei boschi misti, esistenti o in formazione, a base di castagno, cerro, douglasia e pino nero, oltre naturalmente all'abete. Anzi, può darsi sia proprio quest'ultima una delle consociazioni prevalenti nella proprietà, sia pure a lungo termine.
Le altre specie presenti nei rimboschimenti non rivestono, ripetiamo, nessuna importanza; da segnalare soltanto la buona riuscita della chamaecyparis, soprattutto in filari lungo strade e viali. Un posto a parte spetta però all'agrifoglio, usato qui non solo come bordura (fino dal '600), ma da alcuni anni anche come vera e propria pianta da rimboschimento su piccole superfici, con risultati finora abbastanza buoni.

Il convento e i boschi di Monte Senario
visti da Casa Bartolacci.

Su tutte e tre le specie principali precedentemente analizzate abbiamo effettuato, per completezza di indagine, anche alcuni modesti rilievi incrementali. Da essi risulta intanto che la densità media generale delle porzioni prese in esame (tutte adulte) si aggira intorno alle 850 piante per ha; alta quindi ma non in maniera drammatica. Lo stesso dicasi per le aree basimetriche (circa 35 mq per ha in media), mentre le provvigioni ammontano, sempre in media e sempre per tutte le specie assieme, a 337 mc/ha; valore, considerata l'età, decisamente sostenuto. Così come sostenuti sono i conseguenti incrementi medi, che superano nel complesso i 9 mc per ha e anno.
Scendendo a maggiori particolari si osserva che tanto per le provvigioni quanto per gli incrementi i valori più alti spettano al pino nero, che fa registrare complessivamente provvigioni di 385 mc/ha e incrementi medi annui, sempre per ha, di quasi 10 mc; i minori all'abete bianco, con 325 mc/ha di provvigione e 7 mc di incremento medio annuo.
L'andamento delle curve di incremento, infine, è sostenuto all'inizio e quindi moderatamente calante per la douglasia; altrettanto sostenuto nei primi decenni ma poi vertiginosamente discendente per il pino nero; più equilibrato ma costantemente sui livelli medio-bassi per l'abete bianco. Nulla di nuovo quindi rispetto a quanto già si conosce di queste tre specie in tema di curve incrementali.
Esaminati così sotto ogni possibile aspetto i rimboschimenti di Monte Senario e le principali specie che li compongono, vediamo di trarre da quanto è stato detto alcune considerazioni conclusive.
Sotto il profilo strettamente forestale – ossia protettivo/produttivo – non c'è dubbio che si tratta di rimboschimenti ben riusciti. Infatti, oltre ad avere adempiuto alla loro funzione primaria, cioè la copertura del terreno, la maggior parte di essi si distingue anche per la vigoria dei soggetti e per gli ottimi incrementi; in particolare gli impianti realizzati dal CPR, non fosse che per aver saputo conciliare le esigenze di copertura con indovinate consociazioni, un po' meno gli altri, spesso eccessivamente densi e monotoni.
Di conseguenza, e sempre sotto il profilo strettamente forestale, si potrebbe prendere atto dei risultati e continuare su questa falsariga anche in futuro, ponendo solo maggiore attenzione alle densità della douglasia e avendo cura di conservare un minimo di presenza di abete con funzioni più che altro "emblematiche" vicino al Santuario e preferibilmente in consociazione.
Il discorso si fa però alquanto diverso se si considerano invece gli aspetti naturalistici ed estetici, importantissimi in un complesso come questo; e soprattutto, se si pone attenzione all'avvenire degli impianti, oggi come oggi prossimo allo zero a meno di ricorrere sistematicarnente alla rinnovazione artificiale posticipata dopo ogni taglio raso. In sintesi si possono rilevare: eccessiva monotonia di molti impianti, eccessivo ricorso a specie estranee all'ambiente, scarso impiego di latifoglie indigene, mancanza di rinnovazione naturale. che rientrano poi tutte nella semplice espressione: scarsa naturalità – nessun avvenire.
Non sarà facile per chi ha la responsabilità del patrimonio boschivo dei Convento risolvere questo stridente contrasto fra aspetti produttivi e aspetti naturalistici; non nell'immediato, naturalmente, che per svariati anni ancora le uniche cose che potranno essere (o non essere) fatte sono i diradamenti alla douglasia, peraltro a nostro parere necessarissimi. I problemi nasceranno non prima di una ventina di anni, ossia quando cadrà al taglio la massa degli impianti che oggi ne hanno circa 40. In quel momento infatti si dovrà scegliere se continuare come ora o cambiare, con tutte le certezze della prima soluzione e i rischi della seconda; perché si fa presto a dire, come qualche ambientalista dell'ultim'ora, "servono latifoglie nobili", quando si sa (o si dovrebbe sapere) che si tratta di impresa difficilissima, dall'esito assolutamente imprevedibile e dal costo, sia diretto che indiretto, molto alto.
Noi pensiamo però che sia praticabile anche una terza via, più equilibrata, magari immaginando percorsi diversi per le diverse specie. Così per gli attuali impianti di pino nero, che in buona parte mostrano già ora una certa presenza di latifoglie indigene sottomesse, potrebbe funzionare la tecnica dei ripetuti leggeri diradamenti; che dando aria e luce sotto la conifera avrebbero l'effetto da un lato di favorire lo sviluppo delle latifoglie esistenti e dall'altro di incentivare la rinnovazione naturale dai vicini querceti e castagneti fino a sostituire pian piano il pino nero.
Per la douglasia invece sembra inevitabile arrivare senza iniziative di sorta (tranne ben s'intende i diradamenti) al taglio di maturità, e solo successivamente cambiare registro, anche se, in questo caso, non in maniera radicale. Nei terreni infatti da tempo adibiti alla coltura boschiva si potrebbe reimpiantare artificialmente un misto per gruppi di douglasia, cerro, acero montano, castagno, ecc., tutte specie, vogliamo dire le latifoglie, dotate di discrete possibilità di affermazione. Nei terreni ex-agrari viceversa non si vedono alternative, sempre dopo il taglio di maturità, ad impianti da legno quali potrebbero essere noce, ciliegio, tiglio, ontano napoletano e altri ancora; è questo sicuramente il caso in cui si correrebbero i rischi maggiori, tuttavia la superficie non è molta e in caso di insuccesso si potrebbe sempre ripiegare sulla soluzione precedente oppure ricorrere di nuovo alla douglasia da sola.
Quanto all'abete bianco infine, ci sembra da preferire la soluzione già abbozzata e cioè: nelle immediate vicinanze del Convento ancora coltivazione artificiale in piccoli gruppi; altrove, ma sempre alle quote più alte, impianti consociati (ovviamente di dimensioni modeste) con castagno, cerro, douglasia, pino nero e latifoglie nobili, resi relativamente agevoli anche dalla rinnovazione naturale di tali specie esistente a tratti sotto l'abete. Si dovrebbe ottenere in tal modo il duplice risultato di non disperdere del tutto una coltura così significativa e tradizionale come l'abete bianco e di migliorarne la resistenza.

SUMMARY
THE REFORESTATION OF MONTE SENARIO
The authors examine the woods of Monte Senario Monastery, near Florence; above all, Pseudotsuga Menziesii, that in the past 50 years replaced the disease Abies alba. Good results, but natural regeneration nearly nulì. In Authors opinion, now it is necessary a larger increase of native broadleaves, beside Pseudotsuga Menziesii, other conifers and also a little of traditional Abies alba.

BIBLIOGRAFIA
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