Tappezzanti di sottobosco

Iperici, convallarie e vinche, insieme ad altre piante con lo stesso portamento, rivestono il suolo, lo ornano, impediscono la crescita delle malerbe e risparmiamo il rinnovo della pacciamatura. Da non far mai mancare nel giardino, sotto altre specie più alte.

Hypericum calicinum L. – iperico – si riscontra in quasi tutti i vecchi giardini perché da gran tempo questa specie si è imposta all’attenzione dei giardinieri. Originaria dell’Europa sud-orientale e dell’Asia Minore, si è naturalizzata in Istria e in altre parti d’Italia. Questo genere è l’unico della famiglia delle Hypericaceae e annovera molte altre specie interessanti il giardinaggio e l’erboristeria (oggi il genere Hypericum è incluso nella Famiglia delle Guttiferae che comprende 13 generi). Pianta suffruticosa con foglie ellittiche, coriacee, relativamente grandi, si considera sempreverde, benché da noi nelle zone più fredde esca spesso dall’inverno piuttosto malmessa. E d’altra parte ogni anno si rinnova quasi del tutto con la vegetazione prodotta dagli stoloni sotterranei, più che da rami uscenti da quelli dell’anno precedente. Per questo, tagliandola ogni anno al primo accenno di ripresa vegetativa, quasi raso terra, ricaccia più vigorosamente: raccomando quindi questa pratica, perché ci permette di avere un tappeto più uniforme in altezza, più compatto e a fioritura più abbondante. Cosi trattato si mantiene sempre sui 20 cm circa di spessore.

Ophiopogon japonicus (sin. Convallaria japonica) Cardamine trifolia

A differenza di altre tappezzanti l’iperico ci regala all’inizio dell’estate una fioritura bellissima e vistosa con fiori che sbocciano solitari (o al massimo appaiati, quando è molto vigoroso), all’apice del fusti dell’anno. Sono di un giallo oro intenso e lucido, con diametro anche di 7-8 cm e un ciuffo compatto di finissimi e lunghi stami rossastri, che riempie la coppa della sua corolla.Questa specie si annovera fra le tappezzanti da ombra, in quanto resiste bene fin sotto ai cespugli e alle siepi, però fiorisce molto meglio sulle scarpate moderatamente soleggiate o anche in pieno sole nelle località più fresche. Emette ogni anno numerosi stoloni sotterranei ramificati, che, se trovano intorno spazio libero od occupato solo da erbe, si allungano anche per mezzo metro e oltre. Nei nuovi impianti, pertanto, 8 o 10 cespi al mq sono più che sufficienti a dare in una stagione un tappeto, che raggiungerà fin dal secondo anno la sua fittezza ottimale. Per questa sua terribile invadenza, è pianta da escludere dai rocciati e da qualsiasi consociazione con altre erbacee, perché in breve le soppianta tutte. Si può usare quindi solo con piante legnose che la sovrastino per dimensioni e vigoria. In compenso il suo portamento la rende preziosa e quasi insostituibile qualora si tratti di imbrigliare scarpate franose, sulle quali poi dura indefinitamente. E il suo adattamento all’ombra e al sole ne esalta i meriti nelle scarpate più o meno fittamente alberate o cespugliate. Si difende bene anche dalle infestanti, tranne poche eccezioni di altre stolonifere terribili, quali la gramigna, i carici e poche altre. Non richiede pertanto grande manutenzione, tranne il taglio primaverile già ricordato, e la solita operazione autunnale, intesa a fare “affondare” nel tappeto le foglie secche che vi cadono sopra. Questa passata di ramazza non va dimenticata specialmente, se le foglie sono molte e particolarmente in luoghi soggetti a forti e persistenti nevicate. Quando, nei tappeti vecchi, si notasse riduzione di vigore e di fioritura, una buona distribuzione di terriccio fertile, al momento del taglio di primavera, rimetterà le cose a posto.

Vinca minor  L. – vinca –  specie spontanea della nostra flora, appartenente alla famiglia delle Apocynaceae. Forma splendidi tappeti, oltre a fornire una apprezzabile fioritura primaverile, con le sue tipiche campanelle a corolla spiralata, generalmente azzurra, ma a volte anche violacea o più raramente, bianca. Preferisce l’ombra di alberi o cespugli di latifoglie a quella delle conifere. Ha fusti striscianti, che radicano ai nodi, e quindi va piantata un po’ rada, perché poi provvede da sola abbastanza rapidamente a infittire a sufficienza. I fusti fiorali a primavera raggiungono l’altezza di 15-20 cm ma poi si adagiano a loro volta e così il tappeto difficilmente supera i 10 cm. Benché compatto, è pù tollerante verso altre specie e richiede quindi una o due scerbature all’anno. E’ di un bel verde cupo, con foglie piuttosto minute e resistentissime al freddo. C’è il solito problema delle foglie secche che vi cadono sopra in autunno e che per la compattezza del tappeto è quasi impossibile farvi penetrare. Val meglio addirittura rimuoverle e fornire poi in compenso un po’ di terriccio, che con un colpo di ramazza entra più facilmente. Per questo vediamo che in natura la pervica prospera solo nei boschi di robinie o sotto siepi a fogliame minuto, come biancospino e altre, perché le loro piccole foglie non la danneggiano. Il tappeto di pervinca presenta un po’ la necessità del contenimento ai margini, ma molto meno pressante che nel caso già considerato del Lamium. Una volta ben stabilitosi, e con le poche cure indicate avrà lunghissima durata senza particolari problemi.

Un piacevole insieme di Cardamine trifolia e Pachysandra torminalis. L’aspetto invernale della Reineckia carnea. Si osservi anche la Thalia dealbata.

Hedera helix L. – edera – resistentissima ovunque, anche sotto le ombre più cupe, comprese quelle delle conifere, è già molto usata, ma forse non sempre apprezzata quanto merita. Per questo impiego la specie tipica, l’edera comune, per intenderci, è preferibile alle moltissime varietà che se ne sono ottenute: quelle variegate richiedono tanta più luce quanto più è ridotta la parte verde del loro fogliame, e quelle, sia pur verdi, ma a fogliame minuto o più o meno frastagliato, hanno generalmente una vigoria vegetativa molto più è ridotta. Come si sa quando l’edera striscia sul terreno, radica facilmente Quindi con pochi fusti sdraiati, coperti con terra lasciando però emergere le foglie, è subito fatto per creare un nuovo tappeto, senza rimuovere il terreno sotto l’albero. Volendo servirsi di piantine già radicate in vaso, conviene piantarle alla periferia della zona ombreggiata, e spingere poi i fusti striscianti che si formano verso il centro dove sorge il fusto dell’albero. I rami laterali che non tarderanno a comparire completeranno la copertura del suolo. Le cure necessarie si limitano ad asportare eventuali grovigli di rametti che tendessero a rompere l’uniformità del manto foglioso, dandogli aspetto disordinato; così pure un paio di volte l’anno si dovrà contenere l’espansione della zona a edera, sul bordo di sentieri, come di qualunque altra superficie che non si voglia lasciare invadere. Anche il tappeto di edera si avvantaggerà esteticamente della esportazione delle foglie secche cadute in autunno e loro sostituzione con terriccio. A questo punto giacché siamo venuti a parlare dell’edera e uscendo un momento dal tema che stiamo trattando, ritengo opportuno chiarire un equivoco in cui cadono moltissime persone, appassionate di giardinaggio, ma poco esperte: vedendo un albero di latifoglie, col tronco coperto di questo rampicante, pensano subito ad un caso di parassitismo. Niente di tutto questo: le radichette che spuntano sotto i rami ascendenti dell’edera, non penetrano mai in una corteccia viva, ma si limitano a sostenere il ramo stesso al suo appoggio. Solo il fusto di edera che passasse sopra a un moncone marcito, di un vecchio ramo, potrebbe emettere vere radici a profittare del terriccio colà formatosi. Lo stesso avviene quando l’edera si arrampica a un muro: emette vere radici solo se il muro è sgretolato e offre cavità in cui calcinacci e foglie morte abbiano preparato un substrato adatto. Cosi pure i rami fertili dell’edera, quelli non più rampicanti ma “sporgenti”, per così dire fra le branche dell’albero, nelle parti più alte raggiunte dal rampicante, non danneggiano l’albero ospite, perché il loro sviluppo è molte volte inferiore alle branche stesse. Pertanto il fogliame sempreverde dell’edera non può sottrarre luce a quello dell’albero che si trova all’estremo e molto più lontano. E non si riscontrano nemmeno fenomeni di “strangolamento” ossia di ostacolo alla circolazione della linfa, perché i rami dell’edera salgono sempre verticalmente sull’albero e non lo avvinghiano come fa invece, ad esempio, il glicine che si può veramente definire il “boa constrictor” dei vegetali. In compenso si vedono a volte grandi alberi spogli del loro manto fogliare durante l’inverno, ma col tronco e alcune branche principali ornati di edera, che offrono un notevolissimo aspetto ornamentale.
Più nel senso di piante utili per sottobosco nei parchi che come vere e proprie tappezzanti, appare opportuno completare queste note accennando ad alcune altre specie. Cominciamo con un’altra vecchissima conoscenza: Convallaria japonica L. (NdR: il nome corretto è ora Ophiopogon japonicus), una liliacea che nel portamento fogliare ricorda le graminacee ma che in realtà è botanicamente la sorella del mughetto (Convallaria majalis L). Nei vecchi giardini la si trova ancora talvolta in grossissime bordure, vecchie magari di decenni e decenni, assai usate un tempo per delimitare le aiuole. Si è anche tentato di formare tappeti, specie sotto le conifere, ma se la specie vi sopravvive, non è però facile mantenerle una uniformità accettabile. Oggi si può usare ancora per bordure (ad es. lungo un sentiero in ombra per fissarne stabilmente il tracciato), ma riempiendo poi lo spazio fra questo bordo e un albero che lo sovrasti, con una delle tappezzanti sopra indicate, come Lamium galeobdolon (che contrasta col suo colore argentato sul verde cupo di Convallaria o Asarum o la pervinca, ecc. Con maggiore o minore frequenza, secondo l’invadenza della tappezzante, bisognerà però contenere quest’ultima appena dietro la bordura, a evitare che questa venga soffocata. Ho avuto occasione di utilizzare questa pianticella con ottimi risultati, per creare piccole scarpate molto ripide, quasi verticali, a sostegno di sentieri o per fiancheggiare avvallamenti scoscesi, nel modo seguente. Si utilizzano piccoli masselli di tufo (oscillanti fra la grossezza di una piccola mela e di un grosso pompelmo), materiale generalmente scartato nella costruzione di normali rocciati, perché troppo piccolo, e con questi si tappezza dal basso la scarpata adagiandoli contro, opportunamente connessi fra loro, mettendo delle pianticelle di Convallaria fra l’uno e l’altro, riempiendo poi via via gli interstizi con buona terra da giardino mista a terriccio di foglie. Si forma così una specie di muretto che Convallaria ben presto consoliderà col suo fitto apparato radicale, fissandolo alla scarpata e mascherandola completamente sotto un manto verde di ottimo effetto. Il tufo dà i migliori risultati perché, a differenza di altro pietrame, offre appigli alle radici di Convallaria dando massima consistenza e stabilità all’insieme.
Si può alternare a Convallaria, per lo stesso scopo, onde variare, a macchie, il rivestimento un’altra interessantissima pianticella della nostra flora, Cardamine trifolia L. Appartiene alla famiglia delle Cruciferae e ha il vantaggio di fornire, verso fine marzo, una bella fioritura bianca, simile a quella di Arabis albida, però di durata più breve, sui 15-20 giorni. Si presta anche a tappezzare piccoli tratti di terreno o a formare normali bordure. Il suo fogliame è verde cupo, come per tutte le piante da ombra. Ha un rizoma strisciante, ma di sviluppo lento e moderato, dal quale escono direttamente le foglie a tre elementi (come dice il. nome) e i fiori. Si moltiplica facilmente per .divisione come del resto la convallaria.
Un’altra liliacea, anch’essa originaria dell’Estremo Oriente, Reineckia carnea può aiutarci ad abbellire il sottobosco dei giardini. Ha foglie ensate, di un paio di cm di larghezza e lunghe da 20 a 30 cm, che escono direttamente dal breve rizoma superficiale. Da questo escono pure nella primavera presto, delle spighette di 7-8 cm di lunghezza di fiorellini rosa, profumati, che restano però quasi completamente nascoste tra il fogliame. Più che a coprire grandi superfici, che non apparirebbero forse di aspetto molto apprezzabile, si presta a formare macchie più o meno ampie da alternare ad altre, composte di specie dal comportamento diverso quali Hosta, Bergenia, mughetti, ellebori e altro, per un gradevole aspetto d’insieme del sottobosco.
Evidentemente ogni specie andrà sistemata nel punto più adatto, non solo dal lato estetico, ma anche in base alle diverse esigenze di spazio e di luce. A questo proposito posso informare che Reineckia, a differenza di altre specie pure ombrivaghe, resiste anche sotto alberi coi rami molto prossimi al suolo. Anche Reineckia ha lunga durata e si produce facilmente per divisione.
Di portamento simile, ma di taglia notevolmente superiore è Iris foetidissima L. spontanea nella nostra flora, anch’essa a foglie ensate, scurissime, con fiori verdastri poco appariscenti, ma fornita in compenso di vistosissimi semi rossi che restano appesi per tutto l’inverno alla valve delle sue capsule aperte, dando al sottobosco una simpaticissima nota di colore nella morta stagione. Si moltiplica abbondantemente da sola attraverso i semi che germinano l’anno successivo e le piante che se ne originano impiegano due o tre anni a raggiungere il pieno sviluppo e quindi la fioritura. Un contrasto particolarmente apprezzabile è dato dalla contemporanea presenza, in gennaio, delle masse scarlatte dei semi di questa iris e dei fiori candidi della Rosa di Natale” (Helleborus niger L.).