Tradizioni natalizie fra monti e boschi

Nel villaggi ubicati nelle zone più impervie e remote è ancora avvertibile quel meraviglioso stupore della natura e dell'uomo nell'istante del sacro evento, così ben descritto da Giuseppe nel "Protovangelo di Giacomo", che poi, come gli altri vangeli aprocrifi, è in realtà una delle testimonianze più vive del cristianesimo primitivo nel suo ingenuo bisogno popolare di conoscere della personalità di Gesù e della sua vicenda umana più di quanto i quattro vangeli canonici non dicano.

Angeli di un presepio tirolese, ca 1770

"Guardai su nell'aria – dice Giuseppe – e vidi l'aria colpita da stupore, e guardai alla volta del cielo e la vidi ferma, e gli uccelli immobili. E guardai nella terra e vidi un vassoio giacente e degli operai coricati a mensa, e le loro mani erano nel vassoio; e quelli che stavano masticando non masticavano, quei che pigliavano su il cibo non l'alzavano, e quelli che lo stavano portando alla bocca non lo portavano, e i visi di tutti erano rivolti a guardare in alto. Ed ecco delle pecore erano spinte innanzi, e stavano ferme, e il pastore levò la mano per percuoterle, e la sua mano restò per aria. Guardai alla corrente del fiume, e vidi le bocche dei capretti appoggiate all'acqua e che non bevevano. E tutte le cose in un istante furono risospinte dal loro corso".
E' l'immobilità stupita del presepio, che ha ormai raggiunto ogni casa rinverdendo una tradizione che sembrava addormentata negli anni dell'ultimo dopoguerra, ma che proprio nelle valli dell'Alto Adige e del Trentino continuò a fiorire come patrimonio comune dell'arte popolare. E interessante a questo proposito visitare il Museo Diocesano di Bressanone, che con una importante raccolta di diorami dal XVIII secolo ad oggi documenta la genesi e la diffusione del presepio nel Tirolo.
Ma c'era anche – e in alcuni luoghi c'è ancora – una partecipazione umana diretta e attiva al mistero dell'incarnazione di un Dio, come i vari presepi viventi ancora superstiti in molti centri montani (si pensi ad esempio a quello di Rivisondoli in Abruzzo) e che discendono direttamente dalla rappresentazione del presepio a Greccio, voluta da San Francesco, considerata a ragione il primo esempio di dramma popolare.
Prescindendo dal ricordare le tradizioni natalizie legate ad alberi e arbusti, già trattate specificatamente in un articolo apparso su questa rivista nel numero di "Monti e Boschi" del novembre-dicembre 1992; non trascurando però di accennare ad alcuni significati della tradizione del ceppo, comune nel passato a tutte le regioni italiane ed anche ad altri paesi europei, è opportuno sottolineare le origini solstiziali della Festività del Natale, ricordando quindi alcuni usi e credenze popolari in parte ancora presenti nelle zone alpine e appenniniche, nonché in altri territori montani dell'Italia.
Il Natale è in realtà una data simbolica che si collega al solstizio d'inverno, cioè ad una ricorrenza celebrata da numerose religioni dell'antichità; presso i Romani il natale del "Sol Invictus" fu fissato dall'imperatore Aureliano al 25 dicembre, qualche giorno dopo il solstizio invernale. Si festeggiava il ritorno del sole che, piano piano, sottraeva spazio alla notte, alle tenebre, al nulla. Secondo la tradizione patristica questo sole altri non era che Cristo, colui che è luce, colui che diffonde i suoi raggi di luce a tutti gli essere umani e in tutta la storia, attivando un congenio liturgico-devozionale che nei primi tempi si configurò senz'altro molto rischioso nelle sue connessioni con tradizioni e culti pagani, tanto che ancora nel VI secolo Leone Magno rimproverava i fedeli che entrando in chiesa, prima si prostravano al sole, poi si giravano verso l'altare.
Comunque il Natale rimase stabilito al 25 dicembre sia come evento cristiano che illumina il mondo e lo libera dall'oscurità del peccato, sia come parabola del rifiorire della vita, della rinascita della natura che cancella le tenebre dell'inverno. Rimase per il popolo nel suo carattere miracoloso, suscitando ovunque usanze, tradizioni e credenze in fatti eccezionalmente portentosi, strettamente vincolati alla notte fra il 24 e il 25 dicembre.
In quanto alla funzione centrale del ceppo nella festività natalizia ha anch'essa chiare origini pagane, radicalmente trasformata poi perché ha assunto un significato cristiano. Tuttavia anche nelle accensioni del ceppo, sopravvissute in varie zone montane, emergono costantemente e si fondono due elementi propiziatori: il valore profilattico, purificatorio e vitale del fuoco, e l'idea che insieme al grosso tronco che brucia si consuma il nuovo anno con tutto ciò che di male e di inerte si era accumulato. I carboni e i resti non consumati del ceppo si conservano come cosa sacra, ma una parte si sotterra in campagna per preservare i prodotti della terra dalle intemperie. Solitamente il ceppo – in cui è simboleggiato il tema del fuoco, peculiare dei periodi solstiziali – è acceso dal capo di casa e deve essere mantenuto vivo almeno fino all'Epifania bruciandovi resti di cibo e foglie di alloro per trarne presagi di fortuna, e aspergendolo di vino in ricordo del sangue di Cristo. E'comunque vero che il ceppo nella sua essenzialità di luce e calore è profondamente significativo, facilmente leggibile nella sua interpretazione cristiana, e si comprende come sia sorta e diffusa la leggenda che immagina la Vergine Maria entrare a mezzanotte della Vigilia di Natale nelle umili case a scaldare il figlioletto neonato al grande fuoco del ceppo, mentre le famiglie sono in chiesa per la Santa Messa.
Il carattere miracoloso del Natale e della notte densa di prodigi e incantesimi che lo precede trova riscontri puntuali (o almeno li trovava fino a una sessantina di anni addietro) nell'immaginario fantastico collettivo, come avviene del resto in tutti quei giorni che segnano l'inizio di un ciclo annuale.
Nel paese di Torrazzo, nel Biellese, quando ancora non c'era la luce elettrica, i fedeli si recavano alla Messa di mezzanotte ognuno con una lampada ad olio. Le lampade, deposte a corona nella navata centrale della chiesa, venivano tenute d'occhio con grande attenzione dai rispettivi proprietari durante tutto il tempo della funzione; era infatti giudicato presagio di morte entro l'anno, per la persona cui apparteneva, l'eventuale spegnersi di una fiammella. Però l'olio della lampada spenta veniva gelosamente riposto perché, accanto alla nefasta potenza, possedeva per un anno prodigiose virtù terapeutiche.
In Valle d'Aosta si credeva, secondo una tradizione molto diffusa, che allo scoccare della mezzanotte di Natale tutti i tesori sepolti diventassero visibili e conquistabili perché i diavoli che li custodivano avrebbero in quell'attimo perso il loro potere, che tuttavia avrebbero riacquistato non appena il sacerdote celebrante la Messa avesse terminato la lettura del Vangelo. Nel capoluogo i bambini usavano appendere al balcone o alla finestra o sulla soglia di casa piccole scatole e cestelli per i doni.

Presepio composto di più pezzi costruito in legno dalla Anri S.p.a. – Ag. Di Santa Cristina (BZ).

Nelle valli bergamasche si aspergevano le bigattiere con l'acqua attinta nei torrenti alla mezzanotte in punto del Natale recitando il Credo, acqua che si riteneva benedetta perché in quell'ora fu lavato Gesù neonato; con la stessa si aspergeva anche il bestiame, e quella che avanzava si gettava sul fuoco come cosa sacra. Si credeva anche che chi nasceva a Natale non fosse soggetto alla corruzione. Nel Trentino, durante la notte fra il 24 e il 25 dicembre si accendono ancora qua e là lumi volti verso oriente; poi, il giorno di Natale gruppi di ragazzi girano per le case dei parenti a cantare: "Oggi è nato il Redentore". Questa usanza echeggia quella della 'Stela' ancora in auge nella Val Venosta dove tre ragazzi cantori, reggendo su di un'asta un'enorme stella variopinta che ruota tirando una funicella, vanno di casa in casa cantando una composizione poetica inneggiante a Gesù nella capanna.
Nei masi sperduti dell'Alto Adige la Vigilia di Natale il padrone di casa dà il via alla "notte del fumo": alla testa dei componenti la famiglia percorre tutte le stanze della sua abitazione, compresi i fienili e le stalle, recando un braciere sul quale arde l'incenso consacrato il giorno delle Palme insieme a qualche fiore di salice; il profumo dell'incenso, secondo la tradizione, manterrà nella casa il profumo della virtù mentre il salice la preserverà dal fulmine e dalla tempesta. Nella Carnia dicevano i vecchi che anche l'uccello del bosco digiuna la vigilia di Natale, quasi ad esprimere la trepida attesa della festa che ora è diventata troppa chiassosa ed ha perso la sua intimità. E oramai quasi del tutto scomparsa la consuetudine del "zoc", il ceppo che si portava la sera della vigilia fino alla soglia di casa mentre il padrone chiedeva: "Cui ven?" e, da fuori, chi portava il ceppo rispondeva: "Il zoc di Nadal. Ogni ben".
Lasciandoci alle spalle le zone alpine e proseguendo la nostra ricerca di tradizioni natalizie lungo la dorsale appenninica e nelle isole troviamo che ancora negli anni Trenta di questo secolo non era scomparso l'uso nell'Appennino Tosco-Emiliano, al levar delle mense della Vigilia di Natale, di lasciare la tavola apparecchiata, perché durante la notte vi sarebbe scesa la benedizione di Gesù Bambino; qualcuno, anzi, conservava a lungo un pezzetto di pane rimasto dal "cenone", al quale si attribuiva il pregio di possedere virtù benefiche per le donne in procinto di partorire.
Nel Bolognese tutti i presenti al "cenone" della Vigilia di Natale partecipavano al gioco della "ventura", che consisteva nella distribuzione di castagne cotte nelle quali erano stati introdotti un fuscello e una moneta; a chi toccava la castagna col fuscello veniva dato in dono un pollo, chi invece riceveva quella con la moneta si tratteneva la moneta medesima. Sempre nel Bolognese la notte della Vigilia si facevano generalmente le "calende" con dodici sfogliature di cipolla – corrispondenti ai dodici mesi dell'anno sulle quali veniva collocato un granello di sale; al mattino del giorno di Natale le sfogliature su cui il sale si era sciolto indicavano i mesi piovosi, le altre quelli asciutti. Le "calende" bolognesi hanno i loro corrispondenti nei "capomesi" marchigiani e, comunque, il "presagio" delle "calende" era tradizione diffusa pressoché in tutta Italia e quasi in tutta Europa; oggi questa usanza è viva solo. in alcune zone centrali e meridionali del nostro Paese.

Presepio di carta del 1800 (Museo Diocesano di Bressanone)

Interessante presepio moderno scolpito in un unico pezzo di legno da Willy Messner (Ortisei).

Una consuetudine gentile vigeva in Umbria nel periodo del Natale fino a non molti decenni fa: lo scambio dei regali tra fidanzati; gli uomini "facevano il Bambino" (offrivano cioè il dono) alle loro ragazze la Vigilia di Natale ed esse contraccambiavano il 6 gennaio "facendo la Befana" ai loro promessi sposi.
A Santa Fiora nell'Appennino Toscano, il classico ceppo aveva il significato di leggenda mistica. Lo si accendeva al tramonto della Vigilia di Natale per indicare la fede di coloro che, illuminati dalla parola dei profeti, attendevano il Messia ed erano pronti ad accoglierlo non appena fosse giunto: poi, a mezzanotte, uomini e donne uscivano dalle loro case, muniti di lanterne, come in processione, e, con un fascio di felci, simulavano di staffilarsi.
Questo per ricordare che se i bimbi nella solennità di Natale fanno festa, gli adulti invece debbono piangere, dato che essi seppero obbedire a colui che, nel giorno di Gesù, comandò la strage degli Innocenti. In alcune zone collinari romagnole si riteneva che gli animali parlassero fra di loro nella stalla durante la notte di Natale, facoltà concessa da Gesù al bue e all'asinello che lo riscaldarono quando nacque.
A Forca di Valle, paesello sul Gran Sasso, la sera del Natale gli abitanti delle case sparse scendevano alla chiesetta parrocchiale reggendo delle torce resinose accese dette "favoni", e quelle fiammelle illuminanti le balze nevose, viste da lontano, formavano un effetto suggestivo come quello delle fiaccolate degli sciatori. Sulle montagne calabresi si accendono tuttora grandi fuochi sui sagrati delle chiese; la legna è procurata da giovani e ragazzi che già da un mese sono andati a raccoglierla che l'hanno ammucchiata dove la sera del 24 dicembre sarà bruciata in un falò che durerà fino al mattino, mentre tutt'intorno s'intrecciano giuochi e conversari continuamente alimentati insieme alla grande fiamma.
E' tradizione natalizia di Mascali nella zona dell'Etna che tutte le mattine all'alba un'orchestrina della quale fanno parte due tipici strumenti come lo zufolo (fiscalettu) e lo scacciapensieri (marranzanu) vaghi per le vie del paese svegliando gli abitanti perché si rechino a partecipare alla novena che loro interpretano in musica. In quasi tutti i paesi etnei, la sera della Vigilia di Natale, si accende il ceppo; presso quel fuoco che fiammeggia nella notte sostano a scaldarsi tutti coloro che si recano in chiesa per la Santa Messa.
Nelle montagne della Sicilia centrale, quando alla Messa di mezzanotte di Natale s'intonava il "gloria in excelsis Deo" si squarciavano le nubi di carta dell'altare maggiore e, in mezzo a lampi accecanti di luce prodotti dal magnesio, appariva il Bambinello avvolto in candidissimo lino. In tutta la Sicilia, poi, come in tante altre parti d'Italia, era comune credenza che a mezzanotte in punto, fra Vigilia e Natale, gli animali parlassero fra loro; ma potevano udirli le sole anime innocenti perché gli altri che si fossero posti in ascolto sarebbero morti all'istante. Sembra che anche oggigiorno nella notte di Natale, arda il ceppo nei focolai dei montanari calabresi, mentre in Campania qualche famiglia asperge ancora il tradizionale ciocco con il vino, e vi pone intorno dodici piccoli ceppi a simboleggiare Cristo coi dodici Apostoli. Ma questi non sono che pochissimi esempi di un patrimonio folcloristico doviziosissimo in gran parte perduto; con esso è certamente scomparso o sta scomparendo lo spirito più genuino del popolo, la sua semplicità e – diciamolo pure – la sua poesia.
Concludendo, è interessante osservare che il Natale nella sua essenza di festa solstiziale è sempre stato per l'uomo strumento rituale e sociale determinante la liberazione da una condizione di crisi avvertita con inquietudine; di qui l'usanza presso ogni popolo di certi pranzi tradizionali o di vivande caratteristiche (e caratterizzanti) che evocano già nella loro preparazione – sovente lunga e laboriosa – l'atmosfera e la gioia della festa. E questa usanza, grazie a Dio, c'è ancora.