Giardino Giusti a Verona

A differenza della maggior parte dei giardini dell’epoca, nei quali il movimento architettonico delle terrazze e delle scalinate si distende dalla sommità verso il basso, nel giardino Giusti il movimento è al contrario, parte dal basso dell’erto colle di S. Pietro, dove sorge il grande palazzo, che si affaccia sull’omonima Via Giusti nel centro di Verona.

Ingresso a villa Giusti Il giardino all’italiana a villa Giusti

L’antica e nobile famiglia Giusti, di origine toscana, venne profuga in Verona verso il 1300 per contrasti politici e già all’inizio del 1400 era ormai affermata nella città di Verona nell’arte della tessitura con il nome di Giusti del Giardino. Ciò probabilmente per la rinomanza del giardino, così bello nel suo disegno rinascimentale ricordando i giardini toscani per la sequenza delle terrazze, per la maestosità dei cipressi che fiancheggiano il viale che conduce alla sua parte più alta e per la ricchezza delle piante in esso raccolte.

Charles de Brosses, visitando Verona in occasione del suo viaggio in Italia nel 1739, così descriveva il giardino: «Quanto alle case private, quelle dei Pompei e dei Maffei mi sono sembrate le più belle all’esterno; ma stimo superiori i giardini del palazzo Giusti, che la natura ha voluto servire dandogli belle e fatte alcune rocce, grazie alle quali ci sono interminabili grotte e terrazze, sormontate da piccole rotonde, aperte da tutti i lati sulla città e sulla campagna tagliata dal corso dell’Adige. A sinistra la vista si perde all’infinito, mentre a destra si arresta ai monti del Tirolo. Oltre a ciò, un gran numero di cipressi incredibilmente alti e aguzzi, piantati in tutto il giardino, formano un insieme curioso e danno a tutto il luogo l’aspetto di uno di quei posti, dove i maghi tengono il Sabba. C’è un labirinto dove io, che resto sempre indietro rispetto agli altri a baloccarmi, andai incautamente a cacciarmi. Ci restai per un’ora sotto il sole, a sbraitare senza potermi raccapezzare, finché quelli della casa vennero a tirarmi fuori».

La costruzione del palazzo Giusti, perfettamente inserita nella splendida cornice del giardino e nella fitta vegetazione boschiva collinare, risale al 1580 con la collaborazione di insigni artisti che contribuirono ad esaltare la bellezza armoniosa del palazzo dal cui porticato si accede al celebre giardino. Numerosi sono gli affreschi di Paolo Farinati, pittore, architetto e incisore veronese; ampia è la raccolta di opere d’arte.

L’ampiezza del palazzo sembra progettata in funzione del giardino posteriore, la cui realizzazione fu iniziata contemporaneamente.
Iniziando la passeggiata nel suo interno, è da ammirare lo stupendo giardino all’italiana che si estende nella parte più bassa, costituito da simmetriche aiuole con siepi di bosso perfettamente potate secondo una abilissima arte topiaria, a cui fanno cornice i maestosi cipressi e la fittissima vegetazione del bosco.

Statue nella geometria del giardino Veduta del giardino e dei cipressi

Nel geometrico verde del parterre spiccano i vivaci colori delle fioriture stagionali di Salvia splendens, di Canna indica, di begonie.
Lungo i viali ricoperti di ghiaia numerose sono le statue che raffigurano immagini di donna, le colonne, i bassorilievi e i pregevoli oggetti di scavo e le fontane con gli allegri zampilli d’acqua. Completano il giardino all’italiana i caratteristici grandi vasi con una ampia collezione di piante d’agrumi, la peschiera con la splendida statua di Alessandro Vittoria, il labirinto, citato da De Brosses, disegnato nel 1786 dall’architetto Luigi Trezza.
Maestoso è il lungo doppio filare di cipressi che attraversa il giardino dal cancello principale e conduce ad una scalinata verso la collina. Salendo su per mezzo di una graduale sequenza di terrazze pensili si arriva sul sommo a un chiostrino dalla forma elegante, sulle cui pareti sono raccolte antiche ed interessanti iscrizioni. Quassù, affacciandosi dal caratteristico belvedere, il giardino appare nella sua rigorosa compostezza rinascimentale, in cui risaltano le bianche figure delle statue distribuite lungo il percorso, spesso illuminate dal sole che attraversando la fitta vegetazione accentua le diverse tonalità del verde e fa risplendere le vivaci aiuole fiorite.
In questa cornice spiccano le linee architettoniche di palazzo Giusti e insieme si ammira un suggestivo panorama di Verona con i tetti rossi delle case, le torri merlate, i campanili delle chiese, che contribuiscono a rendere ancora più piacevole la romantica atmosfera che si vive in questa città, guardandola dall’alto del giardino Giusti.

 

Alberi e libri

ulmus glabra camperdowniiConsiderando come vanno le cose del mondo, bisognerebbe piantare più alberi e leggere più libri. Più ancora, realizzare nuovi giardini e fondare nuove biblioteche. Ovviamente sarebbe già un buon risultato frenare la distruzione dei paesaggi (“l’esteticità diffusa” ha scritto Assunto, quella non circoscritta nei limiti spaziali dei giardini) e la chiusura, per mancanza di fondi, delle biblioteche pubbliche.
Le ragioni perché questo avvenga sono evidenti: derivano dai disastri annunciati dei cambiamenti climatici, dal disordine e dall’ingiustizia collegata alle grandi migrazioni, dal crescere delle città e della infelicità racchiusa in esse, dalla fame che avvilisce un miliardo di abitanti in un pianeta sempre più e malamente affollato e vittima di un inarrestabile delirio consumistico. Ai disastri incombenti non è possibile trovare soluzioni concretamente efficaci finché si cercano all’interno di saperi specialistici, capaci di approfondire oltre l’immaginabile le conoscenze all’interno di orizzonti limitati ma di non sapere o capire nulla della complessità del mondo.
La risposta ai problemi dell’individuo e del pianeta è invece sistemica, deve riguardare non singole parti ma l’insieme e si trova solo se i saperi scientifici e quelli umanistici concorrono alla sua ricerca. Mark, il ragazzo di Zabriskie Point che nel film di Antonioni scappava dall’Università di Berkeley, era inseguito da un mandato di cattura non per un assassinio che non aveva commesso ma “per aver portato gli ingegneri ai corsi d’arte”. Ecco un vero rivoluzionario, ecco cosa potrà salvare il mondo: nuove idee e nuove strade nate dal confronto tra i saperi delle due culture, tra funzioni (l’utile e il bello) che ancora troppo spesso si elidono a vicenda, tra sensibilità (l’anima e il corpo, l’animale e il vegetale) che comunicano poco e male.

Nei libri e negli alberi, nei giardini e nelle biblioteche possono trovarsi le nuove idee. Sono i luoghi dove l’incontro tra nature e culture diverse è più facilmente e universalmente praticato, dove funzioni diverse sono disponibili alla ragione e al sentimento, dove ogni dialogo è possibile. Che in una pagina di un libro così come in una passeggiata, in una poesia o in una sosta all’ombra si possano trovare e sviluppare idee è cosa risaputa, a partire dalle discussioni di Aristotele e Platone e dei loro discepoli all’ombra dei platani dell’Accademia ateniese.

Non ci sono grandi differenze tra un albero e un libro. Il legno degli alberi e precisamente quella parte interna della corteccia dove si trova il tessuto conduttore che i botanici chiamano libro, è stata tra le prime superfici utilizzate per la scrittura. È conosciuto anche come floema e trasporta le complesse sostanze organiche elaborate dalle foglie al resto della pianta, come fa un libro quando trasmette il sapere dal pensiero all’azione, dallo scrittore al lettore. Nell’antichissimo Lazio la corteccia dei tigli era usata per incidervi sulla superficie liscia e morbida i caratteri della scrittura. “In libro scribuntur litterae”, diceva Plauto.
Ulteriore prova dello stretto legame è nell’inglese book che deriva dall’alto tedesco bok, cioè il faggio, sulla cui corteccia venivano incise le rune, i segni grafici dell’antico mondo germanico.
In molti modi ancora il rapporto tra alberi e libro si dimostra stretto. Il nome degli alberi più alti deriva da Sequoyah, figlio di un commerciante di pellicce inglese e di una donna Cherokee che negli anni venti dell’Ottocento aveva creato una versione scritta della lingua indiana.
Una sura del Corano recita “Se tutti gli alberi della terra diventassero calamai, e il mare, e sette mari ancora, fornissero l’inchiostro, le parole di Dio non sarebbero esaurite”. Ci dice dell’infinita sapienza divina, ma ci ricorda anche che l’inchiostro è stato fornito dapprima dal nerofumo prodotto dalla combustione di legni di alberi resinosi e poi dalle galle delle querce, ricche di tannini utili non solo a proteggere dai predatori gli insetti che vi si rifugiano ma anche dall’usura della luce, le parole trascritte sulla carta.
foglie ginko bilobaIl greco biblos designa le fibre del papiro, materia prima prediletta fino al II secolo, e da questa pianta deriva a sua volta il termine inglese paper. Oggi gran parte della carta su cui si scrive origina da alberi di crescita rapida e legno tenero come i pioppi, le robinie, alcuni abeti e non si trascuri che, leggendo, si scorrono i fogli di un libro e, passeggiando, le foglie di un albero.

In un giardino, come nei libri di una biblioteca, lo spazio è delimitato, chiuso da un muro, da un’inferriata, da una siepe, da un fossato o dalla superficie delle pagine. Oltre il giardino ci sono la foresta, il deserto, la giungla d’asfalto. Al suo interno, gli elementi della natura – le piante, l’acqua, le pietre, gli animali -, le forme del suolo che il paesaggista ha scelto e disposto in nuovo ordine dettato non più, o non soltanto, dalle leggi biologiche ma da quelle, variabili nei tempi e nei luoghi, dei suoi saperi e dei suoi desideri. Fuori dalle pagine di un libro, il complesso delle conoscenze e dei sentimenti degli uomini. Al suo interno, chi scrive seleziona parole, pensieri, saperi, con la scrittura segue un percorso, realizza un progetto, dà ordine al caos, semplifica la complessità.
Sia in un libro che in un giardino è possibile “vedere l’invisibile, afferrare l’intangibile, sentire l’inudibile“, diceva il reverendo Samuel Reynolds Hole scrivendo di rose.

L’uso spirituale di un giardino, di un bosco, di un frutteto o di una biblioteca aumenta la possibilità che le domande trovino risposte, quando queste non si misurino solo con le tonnellate di frutti, di legna, di CO2 sottratta all’effetto serra, con le scienze e le tecnologie. Per giungervi è molto utile partire dai margini, cioè dagli ambienti di contatto tra ecosistemi, nature e culture diverse, lì dove le condizioni sono più favorevoli agli incontri, agli scambi, alle ibridazioni. Margini come le rive del Mediterraneo, adesso divenuti muri e reticolati ma a lungo luogo creativo dell’incontro tra continenti, come le periferie delle città (lì dove erano i giardini fruttiferi e dilettevoli, ora ci sono le baraccopoli e le aree industriali dismesse). Margini come i giardini dove natura e cultura si incontrano, come le siepi che l’ecologia del paesaggio mira a difendere e a sviluppare nei nodi e nei corridoi della rete ecologica, margini come quelli che contornano il blocco del testo delle pagine di un libro dove il lettore annota i suoi pensieri, i riferimenti, i collegamenti da esplorare dilatandone lo spazio. Le risposte si trovano dove i diversi si incontrano.

Atmosfere tranquille e rassicuranti al Chelsea Flower Show 2012

Il giardino di Cleve West, vincitore del Chelsea Flower Garden Show 2012

Il giardino di Cleve West, vincitore del Chelsea Flower Garden Show 2012

Il Chelsea Flower Show, storica manifestazione legata al mondo del giardino che si tiene ogni anno a Londra, promossa dalla Royal Horticultural Society, e che richiama ogni anno pollici verdi da ogni parte del mondo, ha decretato i suoi vincitori; per quanto riguarda i giardini in gara si può affermare tranquillamente che, salvo rare eccezioni, in tempi di crisi, i progettisti abbiano puntato su temi rassicuranti lasciando poco spazio alla trasgressione o alla alla stravaganza (il che, per alcuni versi, è anche positivo).

Cleve West vince per la seconda volta consecutiva il premio Best in Show con un giardino formale e sospeso nel tempo, tradizionale ma contemporaneo al tempo stesso: un largo uso di tassi topiati, secondo tradizione, che si erigono come sentinelle in contrasto con le masse di erbacee perenni e di annuali. Il progettista ha scelto fioriture tipicamente primaverili che esibiscono una palette delicata di colori che spaziano dal bianco al giallo lime con lievi sconfinamenti nella gamma del rosso e dell’azzurro, per rendere un’idea di leggerezza, soavità e freschezza in opposizione alla concretezza dei tassi. Le piante usate vogliono anche trasmettere la sensazione di un giardino naturale ma sofisticato.

Ha lasciato i giornalisti di stucco, invece, Diarmuid Garvin, innovativo e non convenzionale come suo costume, con la sua piramide a 7 piani, il Westland Magical Garden, che per l’apertura alla stampa era presidiata da centinaia di veterani in uniforme rossa ad ogni piano; un tocco di follia senza la quale il Chelsea non è il Chelsea. A ragion veduta ha vinto il premio dell’originalità.

Continuando a passeggiare lungo i viali troviamo un giardino ispirato al movimento Arts and Crafts, disegnato da Andy Sturgeon (vincitore dell’edizione 2010): fortemente asimmetrico, prevede una serie di stanze e vialetti in stile cottage garden che si snodano lungo delle terrazze fino a sfociare in uno specchio d’acqua sulla quale un’installazione artistica ad anelli in ferro sembra galleggiare.

 

Il tema del contrasto di forme e tessiture, formalità e spontaneità sembra avvolgere anche la proposta di Arne Maynard, forse più tradizionale e classica rispetto ad altre: una siepe di faggi rossi potati alla francese circonda due lati del giardino, carpini topiati a piramide sono disseminati lungo un percorso solo apparentemente asimmetrico; del resto lo scopo è festeggiare i 200 anni della maison Laurent Perrier, e trasmettere un concetto di solida eleganza.

Anche in questo caso i colori sono soft, bianco, rosa (bellissimo quelle della rosa ‘La reine Victoria’), bordeaux, sarà per la primavera fredda? Oppure perché in tempo di crisi è meglio puntare sul sicuro?
A parole sembra che la scelta dei colori, che  in gran parte dei giardini più blasonati è molto simile, sia un omaggio al giubileo della Regina Elisabetta.

L’atmosfera spontanea della campagna inglese nel mese di maggio ha fatto vincere a Sarah Price una medaglia d’oro, grazie all’uso di orchidee e altre erbacee che crescono spontaneamente nei campi, nel giardino regna un’atmosfera leggiadra e naturale, a volte le piante sono messe a dimora casualmente in mezzo a vialetti di sabbia sottile, quasi un richiamo alla natura che si riappropria degli spazi costruiti dall’uomo.

Un’idea accattivante e in linea con le tendenze è rappresentata dal giardino Rooftop Workplace for Tomorrow, il primo giardino pensile presentato al Chelsea, nato da un’idea di Patricia Fox che ipotizza come gli spazi lavorativi possano estendersi all’esterno, sulle terrazze degli uffici, con tutti i benefici in termini di benessere che possono derivare dal lavorare in un ambiente naturale. Un giardino contemporaneo, dove il colore verde domina e uniforma gli spazi e le piante sono distribuite ovunque, persino sulle pareti esterne dell’ufficio vero, dove il verde verticale si fa notare per la sua leggerezza; persino i vasi che ospitano gli alberi sono trasformati in tavoli da lavoro!

Green star, la foresta e il grattacielo

Mentre negli Stati Uniti il mercato del verde pensile, nato poco dopo il 2000 sta crescendo con un ritmo annuo vicino al 200%, in Italia molte amministrazioni continuano a gingillarsi con gli eco-pass e con i surrogati delle soluzioni reali. L’idea che pagando si inquini meno è a dir poco spassosa, ma probabilmente si tratta solo di un equivoco verbale, quel suffisso ‘eco’ non sta per ‘eco-logico’ come si pensa solitamente, ma per ‘eco-nomico’ intendendo un legittimo metodo per rimpinguare le casse dei comuni che lo utilizzano. Bolzano, Torino, Venezia e pochi altre città hanno cominciato a vedere nel verde pensile quella soluzione della quale Tokyo, Toronto, Chicago e molte località tedesche stanno già godendo i benefici. Nel frattempo, la sperimentazione prosegue ed è interessante notare come siano i giovani progettisti a vedere nei giardini sui tetti prospettive insospettate. Nel novembre del 2006, all’interno di un seminario sull’architettura naturale organizzato dall’Associazione Artemisia a Lecce, ho fatto lavorare alcuni allievi su questo tema ricavandone soluzioni interessanti. In particolare voglio segnalare il progetto di un giovane ingegnere, Luca Burigotto, che, partendo dall’idea di sviluppare una foresta stratificata verso l’alto, è arrivato ad una soluzione abitativa che può costituire una reale alternativa al condominio. Una serie di villette unifamiliari circondate da giardino si sovrappongono per creare un vero grattacielo verde, Green Star.