Culturadelverde.it, il portale a 360 gradi sul mondo del verde – comunicazione di servizio

Il 30 gennaio 2009 abbiamo iniziato a raccontare esperienze, eventi e approfondimenti dedicati al mondo delle piante e del paesaggio, dalla visita a un giardino alle nuove specie di piante introdotte, alle interazioni tra il Verde e l’Architettura.

Con questa news segnaliamo che il portale Culturadelverde rimarrà on line fino al 27 giugno 2012, data a partire dalla quale il portale si chiamerà VerdeePaesaggio e le pagine web di CulturaDelVerde e le newsletter non saranno più accessibili.

Ognuno dei partner di questa iniziativa editoriale si focalizzerà sugli argomenti più strettamente pertinenti alla propria attività: il Verde e il Paesaggio in tutte le loro accezioni (Latifolia Multimedia) e il mondo dell’Agricoltura (Image Line).

Grazie per l’attenzione dedicata ai nostri articoli fino a oggi. Nei prossimi giorni sarà consentito l’accesso portale, fino alla data sopra indicata.

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Conferenza per la conservazione della biodiversità . Ricerca applicata, strumenti e metodi

In occasione dell’anno internazionale della biodiversità dal 20 al 22 maggio prossimi nell’aula magna dell’università “Sapienza” di Roma il ministero dell’Ambiente e della Tutela del territorio e del mare ha organizzato la “Conferenza nazionale sulla biodiversità” nel corso della quale verrà presentata la strategia nazionale per la salvaguardia della diversità biologica.


Mail: conferenza2010@cnbitalia.org

Web: www.cnbitalia.org

IL VERDE E LA CITTA’ – Qualità ambientale, benessere sociale e salute

Le Pubbliche Amministrazioni ed i professionisti del settore, a causa dei cambiamenti climatici, dell’inquinamento ambientale, della riduzione della biodiversità, dell’utilizzo delle fonti energetiche non rinnovabili, del consumo di territorio, dell’impermeabilizzazione del suolo, insieme ai costi di gestione, stanno evidenziando la necessità di affrontare la pianificazione e la progettazione del territorio in modo sempre più mirato e sostenibile. Parte da questo spunto il Convegno nazionale “Il Verde e la città” in programma a Modena il 15 ottobre 2010 e organizzato dall’Ordine dei Dottori Agronomi e Dottori Forestali della Provincia di Modena, Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Dottori Agronomi e Dottori Forestali, Comune di Modena, Comune di Bolzano, Coordinamento Agende 21 Locali Italiane e Rete italiana Città Sane OMS.
Nel programma le lezioni magistrali del professor Almo Farina dell’Università di Urbino e dell’architetto paesaggista Andreas Kipar.
La partecipazione al Convegno è libera, ma ai fini organizzativi è gradita l’iscrizione.
Sede del Convegno: Teatro Fondazione Collegio S. Carlo – Via S. Carlo 5 (Centro storico: isola pedonale)
Orario: 9.00-18.00


Mail: agronomi@comune.modena.it; cittasane@comune.modena.it

Web: www.associazioni.monet.modena.it/agronomi; www.comune.modena.it/ambiente

Premio Parchi del Veneto 2010

Il Premio Parchi del Veneto, bandito dalla Regione in collaborazione con il Parco Regionale del Delta del Po, sarà conferito l’8 e il 9 ottobre a Ca’ Vendramin (Taglio di Po – Rovigo), nel territorio dello stesso Parco. Anno dopo anno, la manifestazione troverà ospitalità, a rotazione, in tutti e sei i Parchi veneti.
Va evidenziato che il Premio Parchi del Veneto non si limita ad una pura cerimonia di premiazione ma diventa l’occasione per un confronto tecnico tra operatori, responsabili, istituzioni ed esperti su temi che, di anno in anno, vengono individuati come fondamentali per la formazione e l’aggiornamento di coloro che i parchi li gestiscono, li curano ma anche e soprattutto li vivono.
Il tema individuato per questa prima edizione è quello della valorizzazione correlata ad un turismo sostenibile e compatibile. Di qui l’invito che l’Assessorato Regionale all’Agricoltura, Parchi e Aree Protette ha avanzato ad alcune selezionate realtà nazionali (la Tenuta Presidenziale di Castelporziano, in Lazio; il Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano) e estere: il Parco della Camargue, nel Delta del Rodano in Francia e il celebre Sequoia National Park localizzato nel sud della Sierra Nevada, nello stato americano della California, uno dei parchi più visitati al mondo. Tecnici di questi parchi saranno presenti a Ca’ Vendramin per mettere a disposizione le loro esperienze.
Luogo: Parco Regionale del Delta del Po – Ca’ Vendramin – Taglio di Po (RO)

GaLaBau 2010

Il 19° Salone Internazionale per il Verde Urbano e gli Spazi Liberi di Norimberga è sempre più all’insegna del motto “Ispirazione per il futuro“. Circa 1000 espositori, con una forte percentuale di rinomate aziende internazionali, forniranno una visione vasta e profonda delle novità e dei trend nel comparto del verde. Visto il successo della prima edizione nel 2008 la Deutsche Golfplatztage avrà una replica, le associazioni di golf partecipanti si presenteranno nell’ambito del “Meeting Point”. La sezione speciale PLAYGROUND, il settore delle attrezzature per campi da gioco, impianti sportivi e aree ricreative presenta la mostra speciale 2010, “Gestire spazi urbani: punti per il gioco – giochi moderni nella city“.


Web: www.galabau.info-web.de

Xavier Kurten. Vita e opere di un Paesaggista in Piemonte

Xavier Kurten, paesaggista prussiano che giunse in Italia nel 1815, portò alla corte dei Savoia e dei loro ministri il gusto del nuovo giardino all’inglese. Direttore del Real Parco di Racconigi tra il 1820 e il 1840, progettò e realizzò diversi parchi e giardini annessi alle residenze sabaude e alle dimore nobiliari piemontesi, dando vita a un patrimonio verde senza eguali, che ora studiosi, esperti e semplici appassionati potranno finalmente conoscere a fondo e fruire più consapevolmente. L’analisi di documenti inediti d’archivio e uno studio scientifico accurato hanno permesso di stilare la prima monografia su questa figura finora forse poco nota, ma indubbiamente fondamentale per la storia dei giardini del Piemonte e dell’Italia.

Elena Accati, già professore ordinario di Floricoltura e di Parchi e Giardini presso il Dipartimento Agro.Selvi.Ter. della Facoltà di Agraria di Torino, si occupa da anni dello studio e dell’analisi dei parchi e dei giardini storici, ed è autrice di oltre 200 pubblicazioni.

Agnese Fornaris, laureata in Scienze e Tecnologie Agrarie e dottore di ricerca in Storia e Valorizzazione del Patrimonio Architettonico, Urbanistico e Ambientale, lavora presso il Dipartimento Agro.Selvi.Ter. occupandosi di storia e restauro dei giardini.

Federica Larcher, agronoma, dottore di ricerca in Scienze Agrarie, Forestali e Agroalimentari, è docente a contratto presso la Facoltà di Agraria e il Politecnico di Torino e si occupa di analisi e valutazione dei paesaggi agrari presso il Dipartimento Agro.Selvi.Ter.
 

 

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Monti della Laga e abete bianco


La specie è localizzata sul versante orientale del massiccio. L’autore ne descrive la distribuzione, l’ecologia e, sulla base di testimonianze e documenti, ne ricostruisce la passata diffusione. Anche sui Monti della Laga, l’abete è in costante ritiro da tutte le località maggiormente interessate dalle attività antropiche. infatti, la specie si è conservata solamente nelle aree più interne della Laga ed in quelle interessate dalle utilizzazioni forestali solamente nell’ultimo secolo.

Infine, l’autore esamina la presenza di abetine pure nei pressi di alcuni centri abitati, giustificandone l’esistenza con l’azione selettiva dell’uomo, che ha eliminato le altre specie meno pregiate per garantirsi un rifornimento costante di legname da opera.

Premessa

L’areale appenninico dell’abete bianco è frammentato in numerose stazioni di piccola e media consistenza (Giacobbe, 1949; Rovelli, 1995). Tra le molte, quella dei Monti della Laga rappresenta un nucleo di rilevante importanza storica, biologica e selvicolturale.

I primi studi sull’abete della Laga risalgono al 1935-37, ad opera del Banti. Dopo di lui i successivi lavori descrittivi ed analitici sono di due studenti del corso di laurea in Scienze Forestali dell’Università di Viterbo che ne hanno fatto oggetto di tesi di laurea (Arcioni D. e Bonifazi M.). Purtroppo dei due lavori, solamente quello di Arcioni D. è stato pubblicato ma in versione ridotta e succinta, mentre l’altro è conservato nella Biblioteca della Facoltà sopracitata.

I dati e le osservazioni presentate in questa sede sono il risultato di un’indagine volta alla determinazione dell’areale appenninico della specie e terminata nel 1995.

Caratteri dell’ambiente

Il massiccio dei Monti della Laga è situato al confine tra le regioni Lazio, Abruzzo e Marche.

La catena è disposta secondo i meridiani, fatto questo che determina un’esposizione prevalente ad occidente ed oriente, ma le creste che si diramano dall’asse principale consentono la creazione di versanti esposti nettamente a nord e sud. Le quote sono abbastanza rilevanti: la vetta più alta, il Monte Gorzano, tocca i 2458 m; quasi tutte le vette della catena oltrepassano abbondantemente i 2000 m (Pizzo di Sevo, 2422; Cima Lepri, 2455, Laghetta, 2334).

La matrice geologica è costituita da rocce arenacee e marnose (Formazione della Laga) che non consentono alla morfologia di assumere quell’aspetto caratteristico delle montagne calcaree delle regioni contermini. Difatti l’aspetto di questi monti è dolce, povera di rotture improvvise; ricorda un po’ le lontane regioni dell’Appennino tosco-romagnolo. Le tracce delle passate glaciazioni sono meno accentuate che non sulle altre montagne appenniniche.

La natura litologica favorisce i processi di erosione e smantellamento delle forme di esarazione tipiche della morfologia glaciale (circhi, valli ad U, ecc.). Tuttavia qua e là si notano forme riconducibili a circhi glaciali e morene, soprattutto nella Valle del Rio Castellano ed attorno alle vette più alte.

I suoli sono generalmente di tipo bruno-acido (pH compreso tra 4,5 e 6,5).

Prevalgono i suoli bruni lisciviati. A causa della natura geologica fliscioide i suoli presentano un elevato potenziale idrico di ritenuta, con conseguente reticolo idrografico molto sviluppato.

Il clima è di tipo mediterraneo, ma la vicinanza delle coste adriatiche determina un aumento delle condizioni di continentalità. Infatti, nonostante il valore assoluto delle precipitazioni non sia particolarmente elevato (non oltrepassa i 1800 mm), l’influenza delle perturbazioni adriatiche causa un aumento dello stress termico invernale ed un aumento delle precipitazioni estive; frequente nei mesi invernali la galaverna.

La nevosità è abbondante ed il manto nevoso permane al suolo a lungo: 5 mesi a 1500 m, 7 mesi e più oltre i 2000 m. Diffusi i nevai che perdurano fino ad estate inoltrata.

La vegetazione forestale è analoga a quella del vicino Gran Sasso. Da 400 ad 800 m incontriamo il leccio (Quercus ilex), frequentemente abbarbicato alle bancate di roccia. Diffusissima è la “macchia” a carpino nero (Ostrya carpinifolia), orniello (Fraxinus ornus), roverella (Quercus pubescens). I consorzi meno degradati sono edificati dal cerro (Quercus cerris), misto ad acero (Acer obtusatum).

Più in alto (dagli 800-900 m) compare il faggio (Fagus sylvatica), sporadicamente associato a frassino (Fraxinus excelsior), tiglio (Tilia cordata), castagno (Castanea sativa Mill.), acero riccio (Acer platanoides), olmo montano (Ulmus glabra), agrifoglio (Ilex aquifolium), acero di monte (Acer pseudoplatanus) e tasso (Taxus baccata). L’abete vegeta dagli 800 fino ai 1800 m. Il limite superiore del bosco, artificialmente abbassato, si aggira attorno ai 1850 m.

I due versanti, occidentale ed orientale, sono molto diversi, sia dal punto di vista morfologico che forestale. Il primo è molto acclive e la copertura forestale è stata annullata in molte località. Il secondo è più morbido e la copertura forestale è più continua ed estesa.

Vicende storiche

La presenza dell’uomo sui Monti della Laga ha determinato, come sul resto del territorio appenninico, un profondo e radicale cambiamento delle condizioni ecologiche originarie. Probabilmente, fino a tutto il Medioevo, l’abete doveva essere presente anche sul versante laziale, come testimoniano i ricordi dei locali, ma l’anticipata e notevole riduzione dei boschi su questo versante ha causato la scomparsa precoce dell’abete.

L’unico ricordo di una passata presenza dell’abete sul versante laziale l’abbiamo per il Bosco Pannicaro e presso la Fonte dell’Agro Nero (1400 m). Qui, da tempo immemorabile, si trovano conficcati nel terreno fangoso tronchi d’abete, messi lì per evitare lo sprofondamento del bestiame pascolante (Alesi et al., 1992). Una delle cause preponderanti della scomparsa dell’abete dal versante laziale è stata la vicinanza a centri abitati ed una generale facilità di accesso. Se si pensa poi che, molto probabilmente, una via di transito di rilevante importanza (era addirittura lastricata!) svalicava nei pressi del Pizzo di Moscio (2411 m) sul versante teramano, attraversando il Bosco della Martese, si può facilmente immaginare quale impatto abbia avuto l’uomo su simili ambienti. Inoltre, fino al secolo scorso, le coltivazioni salivano molto in alto, fin oltre i 1600 m!

I toponimi sono la testimonianza di una presenza umana ben superiore a quella attuale: “Cannavine” (campi coltivati ad ortaggi o canapa) a quasi 1800 m. Cipollara, Piangrano, Pannicaro, Seccinella (da segale), non fanno altro che confermare una presenza capillare dell’uomo in ogni angolo di queste montagne. Nonostante questo, i boschi teramani della Laga hanno goduto di una relativa tranquillità fino agli albori dell’era industriale. è- interessante riportare per esteso quanto notato dal Delfico alla fine del 1700 nelle regioni teramane: “I boschi d’abete sono da molto tempo quasi consumati interamente. Quello di Altovia (Laga) è un piccolissimo oggetto tanto per la sua estensione che per la quantità degli alberi, piccoli e di cattiva venuta (… ). Un’altra piccola selva si trova a Rocca S. Maria, nella valle boreale del Pizzo di Moscia, la quale è tanto infelicemente situata e in tanta distanza dalle popolazioni che pochissimo o niun uso se ne può trarre” (Gabbrielli A., 1990). Ma come giustamente osserva il Gabbrielli, già a quel tempo si usava “fluitare” i tronchi d’abete sui torrenti, allora molto più ricchi d’acqua ed i. campi coltivati erano spesso situati al di sopra dei boschi, così che appare assai poco probabile una loro “verginità integrale”.

Agli inizi del 1800, secondo quanto riportato da una relazione fatta all’A.S.F.D., vennero svincolati circa 5000 ha di bosco ricadenti nel territorio marchigiano della Laga; secondo i relatori le conseguenze furono disastrose, in quanto i locali fecero incetta di legname senza tenere in minima considerazione le leggi della selvicoltura’. Altri ingenti tagli si ebbero negli anni 1890-94, a tal punto che, quando il bosco di San Gerbone venne acquistato dall’A.S.F.D., nel 1908, le sue condizioni vegetative furono definite “di intenso deperimento”. Tuttavia, la difficile accessibilità del versante teramano della Laga ha impedito quella classica e sistematica opera di distruzione e riduzione dei boschi che è avvenuta nel resto dell’Appennino, permettendo così all’abete di giungere fino ai nostri giorni. Al contrario, negli adiacenti Monti Sibillini, l’abete, nonostante numerosi toponimi ne attestino la passata presenza, è virtualmente scomparso dall’intero massiccio, mentre rimane ancora sul Gran Sasso (Banti, 1939; Rovelli, 1994, 1995).

Fino alla fine del secolo scorso, la maggior parte delle foreste teramane della Laga erano sfruttate solamente dalle popolazioni locali. Questo stato di cose venne a mutarsi profondamente con l’avvento delle moderne opere di trasporto del legname; si fa riferimento alle teleferiche ed alle ferrovie a scartamento ridotto (decauville), intensamente utilizzate soprattutto al Parco d’Abruzzo ed al Sud (Pollino, Orsomarso, Sila, ecc.).

Ancora nel 1928 il Furrer, che ebbe a visitare il versante teramano di queste montagne, dopo i grandi tagli del 191015, non poté non notare la maestosità delle sue foreste. Piante di faggio e abete con più di 2 metri di diametro dovevano essere tutt’altro che rare dato che la tecnologia dell’epoca non facilitava il trasporto di tali colossi vegetali.

Molto probabilmente quei boschi dovevano essere ancora più ricchi di quanto esposto dal Furrer poiché ancora nel 1940 furono tagliate centinaia di abeti considerati “stramaturi” di più di due metri di diametro, secondo i dettami, di una selvicoltura che aveva ben poco di naturalistico.

Nel versante teramano, i primi tagli cosiddetti “industriali” furono quelli descritti da Zodda per il Bosco della Martese, avvenuti nel 1918-19 (Zodda, 1959). Secondo questi, gli interventi furono di portata limitata: “Fino a quell’epoca (1934, n.d.a.) non era iniziato il disboscamento a causa della difficoltà dei mezzi di trasporto del legname ed il bosco si presentava nella sua quasi verginità, dico quasi perché negli anni 1918-19 era stato praticato in proporzioni limitate, il taglio di alcune centinaia di abeti e, per il trasporto dei tronchi, era stata impiantata una teleferica (riutilizzata in seguito, n.d.a.) nella contrada del Ceppo”. La descrizione di Zodda appare quasi “idilliaca” e non corrisponde certamente a verità, in quanto sappiamo con certezza che i tagli intensivi erano già iniziati decenni addietro. Infatti, a conferma di ciò, Zodda ci elenca le piante presenti nella faggeta del Ceppo e tra queste notiamo che tra le molte erano largamente diffusi anche il pioppo tremolo (Populus tremula), il salicone (Salix caprea) e la ginestra dei carbonai (Cytisus scoparius), indicatori di ambiente forestale ben lontano dal climax!

Agli inizi di questo secolo (1910-15) una gigantesca teleferica, lunga ben 12 km, permise alle ditte appaltatrici romane di esboscare gran parte del legname di abete e faggio dai boschi del versante teramano e di trasportarlo ad Acquasanta Terme, sulla Via Salaria (Alesi et al., 1992). Come consuetudine di allora, le fustaie vennero assoggettate al classico taglio raso con riserve; vennero tagliate tutte le piante commercialmente utili e furono lasciate solamente quelle situate in località molto acclivi o di cattiva forma, danneggiate, cariate, ecc. Il risultato ottenuto fu quello di una pronta degradazione del suolo, soprattutto nei versanti accidentati esposti a sud, di una rapida scomparsa dell’abete e di un ritiro del faggio dalle stesse località. Un’elevata diffusione di nuclei di salicone (Salix caprea), insediatisi in radure di grande estensione provocate da ingenti tagli di rinnovazione, conferma quanto esposto sopra.

Successivamente, all’epoca delle osservazioni del Banti, approssimativamente tra il 1930 ed il 1935, la foresta aveva, fortunatamente, riacquistato la fisionomia di bosco chiuso. Dall’unica fotografia annessa al suo lavoro, si evince perfettamente la struttura biplana del bosco, nella zona sotto il Colle Romicito; evidente risultato di un taglio di notevole intensità.

Purtroppo, come consuetudine del Banti, la descrizione del bosco risulta essere molto sommaria ed avara di particolari che potrebbero essere importanti ai fini di una chiara identificazione della tipologia dei boschi di quel periodo. Comunque sia, la densità media dell’abete oscillava dalle 120 piante per il Colle Romicito, alle 350 piante ad ettaro di un non ben identificato “Piana degli Abeti che costituisce la continuazione del detto Colle Romicito” (Banti, 1939); probabilmente l’autore si riferiva alla località “La Piana”, situata sotto il suddetto Colle Romicito, nella Valle Castellana. E’ interessante notare che oggigiorno nella località sopracitata il nucleo è ridotto a ben poca cosa.

Sul Colle Romicito vi erano 30 esemplari stramaturi e 70 costituenti novellame (fino a 17,5 cm di diametro). Nel Bosco Martese la densità media era di 320 piante ad ettaro, di cui 20 “decrepite ed in cattive condizioni di vegetazione” e 600 di novellame.

Diversa sorte era toccata alle piccole abetine di Cortino ed Altovia, trasformate da tempo in abetine pure. Lo scarso assortimento del loro legname fu, si può dire, la loro salvezza, in quanto di scarso interesse economico e fuori dal raggio d’azione delle “fameliche” ditte romane. Basti pensare che il loro aspetto dal 1700 ad oggi non è affatto cambiato.

Gli altri nuclei, quelli laziali e quelli marchigiani, ebbero meno fortuna. Sui versanti laziale e marchigiano, la ceduazione e la riduzione intensiva della faggeta provocarono una rapida ed inesorabile rarefazione dell’abete che nel Lazio è scomparso oramai da almeno duecento anni. Per contro, nella vallata di Umito, in territorio marchigiano, l’abete, nonostante l’intensa ceduazione del bosco, è riuscito a superare il momento critico degli ultimi cento anni, anche se ha perso gran parte del terreno occupato in passato. Basti pensare alle “Abisaje” di Monte Acuto, prosecuzione della Valle della Corte, distrutte nel secolo scorso. Successivamente, negli anni quaranta e cinquanta, poco dopo la visita del Banti, altri ingenti tagli interessarono le valli del Rio Castellano e Castellana. Le devastazioni dei primi anni quaranta furono operate dalle popolazioni locali che danneggiarono soprattutto le fasce boscate più vicine ai centri abitati e perciò meglio accessibili. La guerra ebbe il suo tributo anche dai magnifici e reconditi boschi della Laga. Negli anni cinquanta molte piante plurisecolari, scampate alle devastazioni passate, vennero inesorabilmente eliminate (e spesso lasciate in sito) e venne costituita una fascia di ceduo di protezione al limite superiore del Bosco della Martese. Ancora una volta si tagliò con un presunto “taglio a scelta” che si tradusse in molti casi in un taglio raso con riserve. Anche questa volta vennero impiantate teleferiche, anche se di dimensioni inferiori rispetto al passato (c’era rimasto ben poco da tagliare!), di cui rimangono tracce ancora sulle creste del Colle Romicito, nel Bosco della Martese e nei boschi di Padula e Cesacastina. Venne eliminata la “Metella”, strada lastricata che secondo alcuni studiosi risaliva al periodo classico e che attraversava il Bosco della Martese per dirigersi nel versante laziale del monte (Alesi et al., 1992).

Nel frattempo la foresta di S. Gerbone era stata assunta dallo Stato ed era iniziata l’opera, non sempre riuscita, di rimboschimento delle aree denudate cinquant’anni prima.

Ancora oggi sono visibili e percorribili i numerosi tratturi che percorrono in ogni direzione i versanti della Valle del Rio Castellano e Castellana e le ceppaie colossali di abete e faggio marcescenti che stanno lì a testimoniare la loro passata esistenza.

Altri tagli, anche se di moderata intensità, sono stati fatti fino all’istituzione del Parco Nazionale del Gran Sasso-Laga.

Da notare la grande lacuna dei boschi compresi tra il Bosco della Martese ed i nuclei di Cortino. Solamente per il Fosso della Fiumata si è appreso dai locali che, decenni addietro, l’abete era ancora presente anche in quei boschi e tale testimonianza è comprovata dal ritrovamento nel Fosso sopra Padula, svariati anni fa, di un tronco di abete seppellito nei sedimenti, del diametro di circa 50 cm. Nessuna traccia, presente e passata, abbiamo per i grandi boschi del versante meridionale, govemati generalmente a fustaia ed in buone condizioni di vegetazione. Il nucleo di Crognaleto (Valle Trocca), segnalato dal Banti, è scomparso.

Diffusione attuale dell’abete

L’abete è presente esclusivamente sul versante teramano e marchigiano.

Le zone dove si rileva la presenza dell’abete sono, nell’ordine da nord verso sud: Valle della Corte, Valle del Rio Castellano, Valle Castellana, Fosso Malvese, Cortino ed Altovia.

Valle della Corte

Il nucleo rientra nella regione amministrativa Marche.

Il soprassuolo riscontrabile nella vallata è rappresentato da un ceduo di faggio invecchiato, di età superiore ai 40/50 anni.

Le piante d’abete sono distribuite in maniera abbastanza uniforme lungo l’intero versante settentrionale del M. Cesarotta e del Colle dell’Abete. Le piante sono assimilabili a due classi cronologiche. La prima è rappresentata da sporadici esemplari, tutti secchi, di aspetto solenne e dimensioni ragguardevoli (fino a 80 cm di diametro); la seconda da nuclei di rinnovazione, in parte aduggiata dal ceduo di faggio, dispersa lungo tutto il versante del monte, da 800 fino ad oltre 1600 metri. Le giovani piante d’abete riescono spesso ad oltrepassare il piano dominante del faggio, assicurando la perpetuazione della specie nella località. Inoltre, gli interventi di avviamento all’alto fusto del ceduo di faggio, potranno liberare l’abete dalla concorrenza della latifoglia.

Valle del Rio Castellano

Il soprassuolo è costituito da una giovane fustaia di faggio, tendenzialmente coetaneiforme, nella quale l’abete è ampiamente disseminato, talora sotto forma di piante isolate, tal’altra con nuclei coetanei puri di discrete dimensioni ma di statura contenuta (1520 m).

La parte superiore del bosco è orlata da una fustaia coetaneiforme di protezione ricca di esemplari centenari di faggio; abbondantissimo il mirtillo (Vaccinium myrtillus) nel sottobosco.

Le prime piante di abete si incontrano nella parte bassa della vallata, a meno di 900 metri, lungo il corso del torrente, ma i nuclei più consistenti sono situati sul versante settentrionale del Colle Romicito (1819 m).

Complessivamente, rispetto a quanto indicato dal Banti si osserva una riduzione nella consistenza dei nuclei di abete. E’ verosimile che il novellame indicato dal Banti sia rappresentato oggigiorno dalle piante adulte, mentre quelle adulte in passato siano state in buona parte tagliate negli anni quaranta e cinquanta; le poche rimaste sono tozze e rastremate perché cresciute isolatamente per molti anni. Per contro si osserva una maggiore quantità di rinnovazione.

Le dimensioni raggiunte dagli abeti secolari sono notevoli: sotto il Colle Romicito alcuni esemplari di età superiore ai 250-300 anni, superstiti delle devastazioni del passato, superano i 35 metri di altezza ed il metro di diametro. Si evince ancora, osservando le riserve sopra citate, come il soprassuolo fosse formato da nuclei di abete di elevata statura ed ottima forma. Queste piante sono situate, di preferenza, su banconi di roccia affioranti e nei punti più esposti.

Nel Fosso Ravetta, laddove il Banti aveva indicato la presenza di popolamenti più consistenti, l’abete è presente meno abbondantemente; quasi certamente i tagli in quel settore hanno eliminato gran parte delle piante rilevate dall’autore. Nonostante questo l’abbondante rinnovazione di abete lascia sperare in una prossima ripresa della specie. Piante ultrasecolari e monumentali si trovano sotto il M. Pelone.

Nel Fosso della Pacina e nel Fosso della Ravetta, si trovano numerosi esemplari di aspetto solenne, molti di questi sono secchi o schiantati. In particolare, una pianta gigantesca e policormica rassomiglia quasi perfettamente ad un cedro del Libano!

Altri esemplari enormi si trovano nella regione “Carbonara” e sono ben visibili dalle opere di presa dell’Enel.

Le riserve rilasciate negli anni quaranta e cinquanta, di dimensioni inferiori a quelle rilasciate nei tagli precedenti, sono tutte deperienti o secche e testimoniano una fertilità inferiore rispetto a quella testimoniata dagli abeti e dai faggi monumentali.

La rinnovazione è abbondante ovunque. Le giovani piante mostrano di avere incrementi in altezza sostenuti e contrastano abbastanza bene l’invadenza del faggio. La maggiore abbondanza di rinnovazione si ha tra i 1200 ed i 1500-1600 metri. Al di sopra di tale quota si rinvengono solamente sporadiche piantine aduggiate sotto la faggeta a densità colma. I nuclei più abbondanti sono situati, di norma, nelle vicinanze delle riserve rilasciate ad inizio secolo.

Sul versante che guarda a mezzogiorno, in territorio amministrativo delle Marche, l’abete è più che sporadico, alcune piante sono presenti nella parte bassa della valle, mentre nuclei di impianto artificiale, risalenti al 1918-20 si trovano nei pressi della Caserinetta di San Gerbone, associate a Pinus nigra, Picea abies, Larix decidua. Piante isolate si rinvengono anche nel versante orientale del Colle Romicito, ma sono molto sporadiche.

Nella parte bassa della valle sono state introdotti nuclei di picea (Picea abies) che non hanno avuto un buono sviluppo; molti esemplari sono rimasti aduggiati sotto il faggio o presentano il cimale ripetutamente spezzato dalla galaverna e dalla neve.

Valle Castellana

Il famoso “Bosco della Martese”, dal nome affascinante che evoca passati misteriosi e leggendari, si trova nel settore centro-orientale della Laga.

Il soprassuolo è formato da una giovane fustaia di faggio coetanea, dell’età compresa tra i 40 e gli 80/90 anni. La fascia superiore del bosco, oltre i 1600 metri, è costituita da una ceduo di faggio invecchiato, in condizioni vegetative mediocri. L’abete si trova solamente nella fustaia, non entrando nel ceduo che è formato da faggio allo stato puro.

Le condizioni dell’abete sono diverse da quelle rilevate nell’adiacente Valle del Rio Castellano. Il bosco è verosimilmente più sfruttato ma ciononostante le piante monumentali sono in numero elevato anche se molte sono secche o deperienti. Le zone più ricche di piante colossali sono il Colle dell’Abete, il Fosso dell’Acqua Morta, il Fosso della Seccinella ed il Fosso della Tentazione. Gli esemplari più grandi superano i 35 metri altezza ed il metro di diametro.

Anche in questo bosco l’abete è diffuso con nuclei puri coetanei e con piante sparse.

L’età di questi nuclei è superiore rispetto alla Valle del Rio Castellano. Difatti, nella parte bassa del bosco, le piante raggiungono anche i 30-32 metri.

Probabilmente si tratta di giovani piante lasciate al momento del taglio di inizio Novecento perché troppo piccole.

Altri nuclei si trovano sul versante meridionale del Colle Romicito nella località “La Piana” e nella “Costa della Solagna”, nella parte bassa della valle, a 1300-1400 metri. Sono questi nuclei puri di piccole dimensioni che rappresentano gruppi di rinnovazione liberata dai tagli sopracitati.

La rinnovazione avviene di preferenza nella fustaia rada o nei nuclei in rinnovazione; comunque nei punti più illuminati. La maggiore quantità di rinnovazione si ha tra le quote di 1200 e 1500 metri. Più in alto, le sole piante di abete presenti sono quelle monumentali.

E’ ancora ben visibile la tagliata della teleferica che partiva dal Ceppo, attraversando l’intero bosco. Di questo bosco si sa anche che i tronchi venivano trasportati per mezzo di binari sui quali venivano fatti scorrere carrelli trainati da buoi (una decauville manuale!), oppure fluitati lungo il corso del torrente (Gabrielli A., 1990; Alesi et al., 1992).

Anche nel Bosco della Martese si nota, rispetto alle descrizioni del Banti, una maggiore presenza di novellame ed un’elevata presenza di piante secche e deperienti: le riserve degli anni quaranta e cinquanta.

Cortino

I nuclei di abete che orbitano attorno all’abitato di Cortino si trovano nella parte sud-orientale dei Monti della Laga, nel bacino idrografico del fiume Vomano. Le abetine sono in parte pure ed in parte miste con faggio e carpino nero; si trovano ad una altitudine media notevolmente più bassa rispetto ai settori descritti in precedenza. L’abete è presente nelle seguenti località, da oriente verso occidente: M. Bilanciere, Selvetta, Colle Micedi, Selva di Comignano, Fonte della Spugna, Prati di Lame, La Collina, Coste della Croce, Coste Laretta, Fosso Zingano, Cafrascale, Bosco Favale, Perone. A queste si devono aggiungere le piante sporadiche che sono state osservate nel fosso sotto Cortino, sotto il Prato Pantanelle (Altovia), nella faggeta del Colle Martino e nel bosco sopra il Molino di Valle Vaccaro. La quota di vegetazione è compresa tra gli 800 ed i 1435 metri. Il raggruppamento più esteso occupa tutto l’acrocoro centrale della Collina (1435 m). Le abetine pure sono denominate “Abetina di Fonte Spugna” e “Selva di Comignano”. Si tratta di due piccoli nuclei di circa 6-7 ettari ciascuno, un tempo disgiunti e che ora si presentano senza più soluzione di continuità.

La struttura è prevalentemente coetanea, anche se piccole superfici sono irregolari. Le dimensioni raggiunte dall’abete sono modeste; generalmente non superano i 20-25 metri di altezza ed i 50-60 centimetri di diametro. Eccezionalmente, come sulla sommità della Collina, si riscontrano esemplari di 7090 cm, ma sono in numero esiguo. Rispetto alle descrizioni del Banti si nota una maggiore estensione del nucleo principale, che si è esteso ad abbracciare l’intero bosco “Caparrecce” ed ha oltrepassato il crinale del monte per iniziare a discendere nel ceduo di faggio di Macchiatomella. Molte piante situate nei luoghi più esposti sono sradicate o cimate. La rinnovazione è attivissima, sia nei tratti di abetina rada che nel ceduo di faggio avviato all’alto fusto. L’abete, in questo ambiente, riesce a colonizzare le superfici pascolive abbandonate ed invase dal ginepro e dal cisto (Cistus incanus). Difatti, lungo le pendici orientali del M. Bilanciere si riscontrano migliaia di abetini, chiaramente sofferenti, che spuntano dai cespugli di ginepro e che raggiungono a malapena i 4-6 metri di altezza. Condizioni migliori si hanno laddove sono stati effettuati rimboschimenti con essenze diverse (Pinus nigra, Pinus nigra. subsp. laricio, Abies cephalonica, Abies numidica, Abies pinsapo, Picea abies.) e laddove l’ostrieto ha ripreso vigore dopo l’evidente ridimensionamento del pascolo. In questi casi le dimensioni raggiunte dall’abete sono nettamente superiori e migliori sono anche le sue condizioni vegetative.

I locali confermano quanto esposto sopra, asserendo che fino agli anni ’40 il pascolo caprino ostacolava continuamente la rinnovazione dell’abete, impedendone l’espansione nei boschi limitrofi e che il fenomeno dell’espansione dell’abete è iniziato a partire da quella data.

A conferma di ciò sta il ritrovamento di numerosi piccoli nuclei secondari di abete che gravitano attomo ai tre nuclei di Cortino ed Altovia.

Le condizioni vegetative dei gruppi puri di abete sono buone, ma si nota un’eccessiva degradazione dei suoli, fatto questo dovuto in buona parte all’eccessivo pascolamento ed all’acclività dei versanti.

Le abetine di Altovia (Cafrascale e Castello) sono costituite da due piccoli nuclei di abete puro, circondati da superfici nude e da cedui di faggio. Confrontando l’immagine presente nel lavoro del Banti con l’aspetto attuale si nota come ben poco sia cambiato nel lasso di tempo intercorso. Si assiste solamente ad una maggiore copertura arbustiva ed arborea delle aree limitrofe, indizio di un abbandono progressivo della zona. Inoltre, si nota una evidente espansione dell’abete nei fossi, nei gineprai e nelle superfici scoperte. La struttura è coetanea e la rinnovazione avviene anche in questo caso nelle radure, tra i cespugli e nel ceduo di faggio non eccessivamente denso.

L’età delle abetine di Cortino non è elevata (60-90 anni), in quanto i tagli, data la vicinanza dei centri abitati, sono stati eseguiti sempre con intensità più o meno costante. Tuttavia, si ha l’impressione che l’età fisiologica di queste piante sia nettamente inferiore a quella riscontrabile nei settori più elevati della Laga. Difatti, la maggior parte degli esemplari di dimensioni maggiori ed età più avanzata presentano, nella maggior parte dei casi, la chioma a nido di cicogna e chiari ed evidenti sintomi di deperimento, non rapportabili ad infezioni fungine (Armillaria e Fomes).

Oltre a queste ristrette aree, l’abete era presente, fino a non molto tempo fa, anche più ad oriente, come testimonia il nome del borgo “Abetemozzo”, a non più di 5 km di distanza da Cortino.

Impianti artificiali di o con abete sono presenti in molte località: al Ceppo, nel Bosco della Langamella, lungo il corso del Rio Fucino (sotto la diga), nel Fosso di Selva Grande, alla Fonte Restoni, ecc. Tutti questi impianti, di 3060 anni, si trovano in ottime condizioni vegetative e spesso presentano già rinnovazione nelle adiacenti faggete o cerrete.

Da notare che non si è verificato quanto previsto dal Banti oltre sessanta anni fa, ossia la prevedibile “parabola discensiva dell’abete” nei boschi puri di tale specie, a vantaggio del faggio; la cosiddetta “altemanza” non c’è stata né sembra debba verificarsi nell’immediato futuro. Al contrario, l’abete continua ad invadere tutte le formazioni boschive limitrofe.

Oltre a questi centri di abete, si è rilevata l’esistenza di un altro nucleo di vegetazione dell’abete; si tratta del “Bosco Canaloni”, geograficamente rientrante nel massiccio del Gran Sasso, ma geologicamente affine alla Laga. Nel lavoro del Banti era stato descritto come formato da 170 piante tutte di giovane età, mentre nel mio articolo pubblicato su questa rivista nel numero 2/94 “L’abete bianco (Abies alba) sul Gran Sasso: distribuzione, storia, ecologia”, rifacendomi ad indicazioni di locali (rivelatesi errate), lo davo non più esistente in seguito ai tagli intensi effettuati durante la seconda guerra mondiale. Al contrario, ho potuto verificare personalmente che l’abete è ancora esistente ed in evidente fase di espansione. Il nucleo si trova sul versante settentrionale del M. Cardito (1740 m), ad una quota compresa tra i 1000 ed i 1600 metri, nelle località “Tre Monti”, “Fosso Ravano” e “Vena Rossa”. La natura litologica è la stessa della Laga: banconi di arenaria e mame; la pendenza è molto accentuata; frequenti i salti rocciosi, l’esposizione a nord-ovest, nord e nord-est.

I soprassuoli sono edificati da faggio allo stato puro, govemato a ceduo ed a fustaia. Solamente negli erti canaloni settentrionali del Cardito, nei pressi delle stazioni d’abete, è stata rilevata la presenza di altre specie forestali (pioppo, betulla, salicone, carpino nero, orniello e leccio) aventi scopo eminentemente pioniero.

Le piante d’abete sono distribuite in due nuclei di diversa entità. Il primo, il maggiore, è costituito da diverse centinaia di esemplari, tutti abbarbicati alla parete e non oltrepassano i 40-50 cm di diametro. A poca distanza, sotto la cima Tre Monti (1402 m), si trovano esemplari plurisecolari e secchi di quasi un metro di diametro ed alti più di 20-25 metri.

La rinnovazione è attiva e l’abete tende ad espandersi in tutte le direzione tranne che nel ceduo di faggio, molto fitto. A questi due nuclei ben delineati fanno da trama gruppi minori e centinaia di piante sparse lungo tutto il pendio, di difficilissimo accesso. Complessivamente, la consistenza numerica oltrepassa il migliaio. Un altro esemplare è stato notato nella faggeta della Valle del Chiarino (Fosso di Collelungo), a 1100 metri, non distante dai gruppi di abete e picea introdotti negli anni ’30.

Non lontano da questa località, nei pressi del Lago artificiale della Provvidenza, sono state osservate anche diverse piante di betulla (Betula pendula), in un ceduo misto con faggio, pioppo tremolo (Populus tremula), salicone (Salix caprea).

Considerazioni

Anche sui Monti della Laga l’abete è ridotto a vegetare nei distretti “meno antropizzati” del massiccio. Nel passato la specie fu molto più abbondante, come già ampiamente descritto nel capitolo “Vicende storiche”. Tuttavia oggigiorno l’abete svolge ancora un ruolo importante nella edificazione delle cenosi forestali locali. I popolamenti meglio conservati e di più alto valore biologico e selvicolturale sono certamente quelli della valle Rio Castellano e del Bosco della Martese.

Da notare un aspetto singolare: i popolamenti situati presso i centri abitati sono puri, mentre quelli posti in località meno accessibili sono sempre misti con faggio ed altre latifoglie. Lo stesso accade nel Molise.

E’ evidente che la formazione pura di abete è di origine colturale. Le abetine di Cortino sono analoghe, anche se in scala molto più ridotta, al bosco “Abeti Soprani” di Pescopennataro ed all’abetina di Rosello, entrambe in Molise. Anche qui le abetine sono situate proprio alle porte del paese, apparentemente in contrasto con la teoria secondo la quale a maggiore distanza dai centri abitati equivale una maggiore conservazione degli ambienti forestali. Ebbene è probabile che il bosco puro di abete sia stato “crea to” e mantenuto artificialmente proprio per fornire legname da opera agli abitanti del luogo, mentre il ceduo di faggio e quercia forniva il combustibile. Molti infissi e travature di Altovia, infatti, sono stati realizzati con legname di abete.

Si ha la netta impressione che molti paesi dell’Abruzzo e del Molise avessero il bosco di abete e faggio (o di abete e quercia) “personale”, dal quale ricavare i diversi tipi di assortimenti legnosi. Probabilmente le abetine di Monte Acuto, di Nerito (Gran Sasso) e di Abetemozzo, asservivano lo stesso scopo.

Quanto esposto è confermato dalla struttura delle abetine stesse: si notano benissimo dei centri di vegetazione puri, circondati da formazioni miste di abete con altre specie, evidente conseguenza di infiltrazioni successive. D’altronde lo stesso fenomeno si sta verificando e si è verifica(o in altri rimboschimenti di abete effettuati lungo l’intera catena appenninica; l’unica differenza risiede nel fatto che in questo caso la “memoria storica” si è persa.

Lo stesso si potrebbe dire dei non lontani paesi marchigiani di Abetito e Pian d’Abete e di quello umbro di Abeto, tutti gravitanti nell’area dei Sibillini. Anche questi borghi si trovano ad altezze comprese tra i 700 ed i 1000 metri e ricordano boschetti puri di abete scomparsi oramai da secoli (Rovelli, 1995).

Indirettamente, la vicinanza dei paesi ha consentito a queste abetine di giungere fino a noi, ma, nella maggior parte dei casi, vicende storiche diverse hanno favorito la loro scomparsa, spesso negli ultimi duecento anni.

L’abetina di Monte Acuto venne rasa al suolo per fornire legname da opera ad Ascoli Piceno, quella di Nerito sembra per procurare nuova terra da coltivare (Banti, 1939) e quella di Abetemozzo per eccessiva cupidigia del proprietario. Stessa sorte stava per toccare all’abetina di Altovia (Cafrascale); all’epoca del Banti si stava disboscando la porzione orientale del bosco per procurarsi nuova terra da coltivare. Tutte queste abetine avevano un fattore in comune: si trovavano nelle immediate vicinanze dei paesi ed erano tutte situate ad altezze medio-basse; generalmente non oltre i 1200-1400 metri; tutte allignano o allignavano su suoli arenacei o marnosi e tutte avevano boschi misti di faggio ed abete più a monte. Volendo andare più in là si potrebbe azzardare l’ipotesi che questi boschi “suburbani” fossero e siano tutti di impianto artificiale, realizzati mediante il prelevamento di selvaggioni dalle allora floride foreste montane della Laga e del Gran Sasso.

La struttura attuale dei boschi della Laga è il risultato di una serie di massicci interventi selvicolturali che hanno avuto inizio un secolo fa. Attualmente, dopo tali interventi, la fertilità di questi boschi, per le cause già enunciate in precedenza, si è ridotta di molto, mentre, soprattutto nel Bosco della Martese, si è continuato a tagliare, per fortuna risparmiando l’abete, fino all’istituzione del Parco Nazionale.

La vegetazione dell’abete è ottima e la specie è in evidente ripresa dovunque, soprattutto laddove i tagli hanno risparmiato le piante adulte.

La rinnovazione dell’abete è ovunque abbondante e quando la luminosità è discreta, riesce a sopraffare agevolmente il faggio. Questo lento processo di ripresa lo si deve al fatto che le riserve, oggi monumentali, vennero lasciate in posizioni dominanti, favorendo la disseminazione anemocora fino a ragguardevoli distanze. Inoltre, la presenza di ruscelli perenni ha ulteriormente facilitato la propagazione dell’abete lungo i fossi ed in basso in genere.

La mancanza di rinnovazione nella Valle del Rio Castellano, a quote medio-alte, è da imputarsi esclusivamente all’eccessiva densità dei soprassuoli di faggio, anch’esso in evidente stato di sofferenza per tale stato di cose. Questo aspetto è confermato dalla presenza di abbondante e floridissima rinnovazione d’abete nei vuoti creatisi in seguito ad un paio di piccole frane avvenute tra il M. Pelone ed il Colle Romicito, ad oltre 1700 metri di altezza e nel crestone dove si trova il monumentale abete a forma di cedro, a 1620 metri.

Per quanto riguarda la mancanza di novellame d’abete nel Bosco della Martese al di sopra dei 1600 metri, ciò è dovuto al fatto che l’eccessiva densità del ceduo di faggio impedisce il dilavamento e la compattazione della lettiera che a questa quota, come tutti sanno, è di difficile e lenta degradazione.

D’altronde l’abete resta facilmente escluso dai cedui di faggio posti a quote medio-alte; basta osservare quanto è accaduto sull’intero Appennino settentrionale. Inoltre, la presenza di esemplari d’abete e faggio monumentali, d’altezza superiore ai 30 metri, a più di 16001700 metri, indica chiaramente l’esistenza, in passato, di una fertilità e di una diffusione dell’abete ben superiori a quella attuale!

I tagli passati hanno provocato l’inesorabile erosione e dilavamento di buona parte dell’humus e questo è ben visibile osservando gli apparati radicali, quasi scalzati, che possiedono molti faggi ed abeti lasciati come riserve. Tale stato di cose è stato aggravato dal pascolo, di fatto incontrollato, che per molti anni ha attraversato le tagliate invase di erbe appetibili, contribuendo così alla creazione delle oasi di ceduo presenti all’interno delle fustaie e favorendo l’erosione del suolo. La struttura di questi boschi è analoga a tutte le foreste appenniniche utilizzate massicciamente solo a partire da cento anni a questa parte. Nella parte bassa si osservano soprassuoli coetanei a densità normale o colma, indici di pratiche selvicolturali (diradamenti, sfolli) assidue e costanti; procedendo verso l’alto e nella parte più interna delle vallate, la struttura diviene, via via, più difforme e ricca di piante vecchie, nuclei di rinnovazione, spessine non diradate, alberi monumentali, ecc., tutti aspetti che denotano una concentrazione di interventi selvicolturali in periodi temporali ristretti.

Questo aspetto diviene preponderante alle quote alte e laddove le difficoltà di esbosco divengono sempre più consistenti. Allora si hanno spesso fustaie biplane, spessine e perticaie mai diradate e numerosi esemplari di abete e faggio vetusti, deperienti e secchi da decine di anni.

Infine, nel bacino del Rio Castellano, il limite superiore del bosco è orlato da una fustaia coetaneizzata di protezione costituita da piante di età superiore ai 200 anni. Gli stessi caratteri si ritrovano nell’adiacente Valle Castellana, ma, come già detto in precedenza, in questo caso la parte superiore del bosco è edificata da un fittissimo ceduo, dell’età approssimativa di 50-60 anni. In mezzo al ceduo si rinvengono, abbandonati sul letto di caduta, i tronchi cariati e le ceppaie marcescenti di grossi abeti e faggi tagliati dopo la visita del Banti. La trasformazione di questa fascia altimetrica del bosco in ceduo ha definitivamente escluso l’abete dal consorzio boschivo.

E’ interessante notare come l’abete, nella Valle del Rio Castellano, rimanga confinato nel lato abruzzese, rifuggendo, almeno apparentemente, la parte marchigiana (gli esemplari presenti sono più che sporadici). Ciò sta ad indicare una diversa gestione del patrimonio boschivo. Difatti nella parte marchigiana i boschi sono esclusivamente cedui e la parte di proprietà demaniale, attualmente governata ad alto fusto, molto probabilmente è il risultato di una conversione effettuata al momento dell’acquisto da parte dello Stato. Infine, le analisi polliniche eseguite dal Marchetti negli anni ’30 hanno comprovato la presenza dell’abete anche sugli altri versanti fino negli strati più superficiali. Questo testimonia inequivocabilmente una maggiore diffusione della specie fino a pochi secoli addietro su un’area ben superiore a quella rilevata attraverso i toponimi e le indicazioni dei locali.

Conclusioni

Come abbiamo visto, la presenza dell’abete nel comprensorio della Laga è dovuta a due fattori nettamente opposti: la lontananza dalle grandi arterie e dai grossi centri e la vicinanza a piccoli centri dediti all’agricoltura ed alla pastorizia. Il primo fattore ha determinato la conservazione, quasi integrale fino a non più di cento anni fa, di estesi consorzi boschivi edificati dal faggio e dall’abete, mentre il secondo ha portato alla formazione di piccoli nuclei di abete coltivato allo stato puro, situati alle porte dei paesi. Inoltre, come anche per la maggior parte delle faggete del centro-sud, le utilizzazioni intensive dell’ultimo secolo hanno provocato una contrazione dell’areale di vegetazione della specie la quale, tuttavia, conserva sui Monti della Laga più che altrove, il carattere di specie edificatrice di consorzi misti con il faggio nella fascia calda e fredda del Fagetum. Infine, la costituzione del Parco Nazionale del Gran Sasso-Laga lascia ben sperare in una prossima rivalorizzazione di questi boschi, meritevoli di una maggiore attenzione da parte dei tecnici preposti alla loro gestione e conservazione.

Summary

SILVER FIR (ABIES ALBA MILL.) ON THE LAGA MOUNTAINS

A very important centre of Silver fir vegetation is present on the Laga Mountains; certainly one of the most important of the whole Apennines chain. The species are concentrated on the east side of the massif. The author describes his distribution, the ecology, and reconstructs the past diffusion on the basic of evidence and documents. On the Laga Mountains too, the fir wood is constantly retreating, from all the localities more interested by antropic activities. In fact, the species remain only in the more interior Laga zones and in ones interested by the forest utilization only of last century.

At last, the author exarnines the presence of fir wood, near some towns and deduces that the human selection has eliminated less valuable species in order to secure a constant supply of timber.

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Inquinamento: la deposizione sulle piante

La ricerca scientifica sta facendo moltissimo  in questi anni, a tutti i livelli di studio e di disciplina.

I meteorologi, i fisici e i modellisti dell’atmosfera investigano i meccanismi di trasporto degli inquinanti su scala locale, su scala regionale e su scala mondiale e rilevano lo spessore dello strato di ozono da punti di osservazione remoti; i chimici si occupano della definizione e dello studio della formazione delle diverse sostanze anche come prodotti di reazioni secondarie; i naturalisti studiano l’impatto che le prevedibili modificazioni della composizione dell’atmosfera indurranno sulle specie animali e vegetali, con riguardo particolare ai diversi ecosistemi, da cui genotipi meno adattabili potrebbero addirittura scomparire. I ricercatori che operano nel settore dell’ecofisiologia vegetale, nell’ambito dei loro studi volti alla definizione delle reciproche interazioni tra le piante e l’ambiente circostante, trovano nello studio dei processi di deposizione dei diversi inquinanti un affascinante argomento di ricerca.

Mentre infatti numerosi studi si sono rivolti alla manifestazione più vistosa dell’inquinamento sulle piante, cioè alle piogge acide con i loro eclatanti effetti sui boschi del Nord Europa, poco si conosceva fino a qualche anno fa sull’altra forma di deposizione, meno vistosa, ma più insidiosa perché continuativa e generalizzata, quella in fase secca. Attraverso quest’ultima, i gas inquinanti presenti in tracce e le particelle, portati in movimento attraverso il vento e la turbolenza i primi e aiutate dalla gravità le seconde, raggiungono la superficie delle foglie e qui, a seconda del momento della giornata, del tipo di pianta e delle loro caratteristiche chimiche, possono accedere all’interno dei tessuti o depositarsi sull’epidermide delle foglie stesse.

 

Strumentazione micrometeorologica utilizzata per determinare i flussi di vapore d’acqua, di temperatura e gas su un tappeto erboso formato da loietto.

 

 

Particolare degli anemometri triassiali.

 

La pianta, però, non si pone come oggetto “inerte” nei confronti di questo processo, in quanto il gas, prima di poter accedere ai tessuti interni della pianta, incontra varie forme di resistenza, che si frappongono tra esso e le vie metaboliche che hanno sede nei tessuti del vegetale.

Una resistenza, prima di tutto, aerodinamica, legata alle caratteristiche della superficie vegetale e alla velocità del vento, che controlla il trasporto dell’inquinante verso la regione di influenza della chioma e verso la superficie fogliare.

una resistenza, poi, chiamata “dello strato superficiale“, indotta dallo strato d’aria quasi laminare più a ridosso delle foglie, che è più o meno elevata a seconda delle caratteristiche di diffusività del gas, e l’ultima, direttamente esercitata dalla pianta stessa, chiamata resistenza della chioma. A sua volta, quest’ultima è determinata da diverse resistenze che si possono raffigurare allo stesso modo delle resistenze elettriche, in serie (una dopo l’altra) o in parallelo (una assieme all’altra), esercitate dalla cuticola, dagli stomi e dal tessuto interno della foglia. Poiché l’accesso di un gas attraverso la cuticola è estremamente difficile, il valore della resistenza offerta da questo elemento pressoché impermeabile, dalla funzione specifica di protezione, è molto alto, mentre invece è da considerarsi zero quello della resistenza del mesofillo, vista l’estrema facilità di diffusione di un gas all’interno dei tessuti fogliari, una volta riuscito a penetrarvi.

In effetti, è quindi la resistenza dovuta agli stomi il principale fattore che può favorire o ostacolare la penetrazione dell’inquinante nella pianta stessa. Come si sa, gli stomi hanno come principali funzioni quelle di consentire l’accesso dell’anidride carbonica necessaria per la fotosintesi, e di consentire la traspirazione dell’acqua e regolare di conseguenza la temperatura della foglia. Proprio perché adibiti a queste prioritarie esigenze, essi sono dotati di autoregolazione e, come valvole comandate da circuiti complessi, si aprono al mattino al segnale della luce solare per permettere l’ingresso dell’anidride carbonica, si chiudono al tramonto quando gli zuccheri semplici sono stati fissati nella foglia e da lì vengono traslocati alle altre parti della pianta, e si chiudono tutte le volte in cui la pianta ritiene che il costo in acqua per tenerli aperti superi il guadagno in fotosintesi. In altre parole, in condizioni di scarsa acqua disponibile nel terreno, e in momenti molto caldi della giornata, per limitare il più possibile l’appassimento.

 

Posizionamento della strumentazione su una pianta arborea.

 

 

Anemometri per la misura del gradiente della velocità del vento.

 

La stessa via di entrata dell’anidride carbonica e di uscita dell’acqua è però percorsa dagli inquinanti, che trovano negli stomi aperti facili strade di accesso. Una volta superate le membrane cellulari, raggiungono, a seconda della loro solubilità in acqua, diversi “punti chiave” della fisiologia della pianta, esercitando azioni sia a livello biochimico che fisiologico, la cui entità è però determinata dalla dose dell’inquinante assimilata che deve in genere essere piuttosto elevata (più di quanto è in genere rilevabile oggi in atmosfera) per indurre fenomeni visibili quali la necrosi o la clorosi delle foglie, la diminuzione della crescita e del vigore della pianta.

La struttura stessa della pianta gioca un ruolo importante nel determinare la sua propensione ad agire come recettore degli inquinanti: la velocità di deposizione, che si può, in base a quanto fin qui riferito, calcolare come l’inverso della somma delle resistenze, è dieci volte più elevata per gli alberi, sia da frutto che forestali, che per le piante di taglia bassa nel caso di uno degli inquinanti più pericolosi, l’ozono. E’ infatti l’estensione della superficie fogliare su una superficie unitaria di terreno che determina la predisposizione di una particolare pianta ad agire come intercettatore delle sostanze inquinanti.

Si è già evidenziato il fatto che la pianta non si pone in maniera inerte verso l’aggressione dell’inquinamento, per la sua capacità di agire come ostacolo meccanico al trasferimento dei gas e delle particelle e per la sua possibilità di regolare le aperture stomatiche. Studi molto recenti evidenziano in maniera sempre più dettagliata innumerevoli sistemi di difesa che le diverse piante mettono in atto per proteggersi dall’attacco dei gas inquinanti ai suoi sistemi vitali.

Emerge quindi una propensione all’autoregolazione e all’autodifesa indotta da un necessario adattamento alle condizioni in cui le piante stesse si trovano a vivere. Come organismi non dotati della possibilità di movimento, principale meccanismo di difesa dalle avversità climatiche per animali e uomini, le piante hanno sviluppato meccanismi di difesa alternativi, spesso talmente sofisticati dal punto di vista biochimico da imporre ricerche complesse e interdisciplinari, tra le quali rientra anche la biologia molecolare.

Alcune tra queste forme di difesa sono state evidenziate a seguito di somministrazioni di dosi di luce ultravioletta corrispondenti a quelle che arriverebbero sulla terra se lo strato di ozono in troposfera si assottigliasse in maniera drastica. Le piante sottoposte a questo trattamento per periodi prolungati hanno mostrato di essere in grado di ripristinare, dopo qualche giorno di blocco pressoché totale, l’attività fotosintetica, evidenziando così un riuscito adattamento alle nuove condizioni. Allo stesso modo si sono comportate alcune specie quando ad esse è stato somministrato uno degli inquinanti potenzialmente più pericolosi, l’ozono. Questo è un gas altamente reattivo, il quale, una volta entrato nelle foglie, produce radicali liberi, che a loro volta reagiscono, ad esempio, con l’etilene prodotto dalla pianta stessa: in questo caso il meccanismo di difesa viene messo in atto dalla neutralizzazione dei radicali liberi, prodotti dall’ozono a seguito della loro reazione chimica con l’etilene stesso.

 

Strumentazione sonica per la misurazione veloce degli elementi climatici.

 

Altri meccanismi di difesa dagli inquinanti sono analoghi a quelli che le piante mettono in atto quando sono sottoposte ad aggressioni da parte di patogeni, a stress ambientali, a ferite o ad esportazione degli organi. In questi casi, un’accresciuta attività di alcuni enzimi si traduce nella sintesi di sostanze potenzialmente protettive, come i flavonoidi (pigmenti colorati) e la lignina. Se queste osservazioni offrono, da un lato, il panorama di possibili adattamenti che le piante sono in grado di effettuare in risposta ad un attacco di inquinanti, le previsioni di mutamenti globali sul clima sono tutt’altro che poco attendibili. A quel punto, sembra poco realistico pensare che le reazioni di difesa delle piante saranno sufficienti a compensarne gli squilibri che in esse provocheranno temperature più alte, raggi ultravioletti, alte concentrazioni di anidride carbonica ed elevate e persistenti dosi di inquinanti.

Alla speranza che il genere umano non permetterà si arrivi mai a questo tragico punto, occorre però unire anche quella racchiusa nel più sorprendente archivio che la natura ci offre: quell’enorme variabilità genetica contenuta in tutti gli organismi vegetali. L’erosione è stata fortissima, per necessità e vaghezze umane, per produrre di più e meglio, e per disporre di specie agricole e ornamentali sempre nuove, con il fiore o con il frutto più belli, più grandi, più duraturi magari, ma sempre meno dotate di quei caratteri di variabilità che hanno consentito fino ad ora la sopravvivenza di tutte le specie. I geni delle specie selvatiche, adattatesi a sopravvivere nelle più svariate situazioni climatiche, in grado di indurre resistenze molteplici a fattori di malattia e di stress, sono fortunatamente custoditi nelle banche del germoplasma costituite ormai in tutto il mondo.

Flora: Guyana e le sue orchidee

Piccoli Epidendrum nascono epifiti sui rami degli alberi

… rallegrati dalla compagnia di numerose Bromeliaceae coloratissime

Le orchidee, quasi sempre piante epifite, vivono spesso a trenta e più metri da terra, con le radici ancorate alla scorza rugosa degli alberi od ai muschi che vi crescono sopra in abbondanza.

Sono quindi fuori della portata della nostra mano, e l'impegno si presenterebbe quasi impossibile se gli alberi della foresta fossero tutti saldi ed in buona salute. Ma ve n'è sempre qualcuno malandato, per nostra fortuna, o troppo vecchio, o colpito dal fulmine o roso dagli insetti o scalzato dalla corrente del fiume, che cade od è inclinato verso il basso… E' facile allora carpirgli i suoi tesori, appunto le piante di Orchideae, le Bromeliaceae, le felci e persino qualche bel Philodendron o qualche pregevole esemplare di Anthurium dalle piccole spate verdi e rosse, progenitore di quelli oggi comuni nelle nostre coltivazioni di serra. In casa abbiamo sempre un vaso o due di Guzmania fiorite raccolte in foresta e trapiantate su terriccio organico, che fanno bella mostra in sala da pranzo.
Mentre le orchidee sono quasi mimetizzate fra la vegetazione delle altre piante, le Bromeliaceae denunciano da lontano la loro presenza con le infiorescenze delle brattee colorate di rosso e d'arancio, simili a lame di luce nella penombra della selva.
Invece di battere la boscaglia alla ricerca, assai faticosa ed aleatoria, di un albero caduto di recente, costeggiamo lentamente, col motore al minimo regime, le rive del fiume. Prima o poi qualche tronco proteso sull'acqua rivestito per tutta la sua lunghezza di vegetazione lo s'incontra sempre. E allora è facile approfittarne; con una pertica munita di un gancio possiamo raggiungere le piante epifite e strapparle dalla loro sede, se non è possibile raggiungerle con le nostre mani, tanto piu che esse oppongono ben scarsa resistenza.
Non sono orchidee rare e nemmeno molto appariscenti quelle che si trovano di solito in Guyana. Per lo più si tratta di modesti Epidendrum con pseudobulbi talvolta brevi, tal'altra invece assai lunghi e sottili, simili a fusti della grossezza di una matita. Le foglie, carnose, di un bel verde brillante o anche tendente al giallo, accompagnano gli pseudobulbi più recenti e per solito non sono molto espanse.
I fiori si presentano quasi sempre bianchi o giallini o giallo-verdi, con petali stretti, qualche volta sfumati di rosa e di violetto nel labello, labello che può essere anche elegantemente e riccamente sfrangiato.
Ve ne è uno, di questi Epidendrum, di modestissime proporzioni, con vegetazione non più alta di quella di un comune muschio, che mostra deliziosi fiorellini giallo-zolfo e ricopre a volte come un manicotto i rami annosi che sono vicini all'acqua, là dove esso può beneficiare maggiormente dell'abbondante umidità atmosferica anche durante i periodi asciutti dell'anno.
Segnalo, nel riquadro, a titolo d'informazione per i botanici e gli appassionati di orchidee, le specie che più facilmente si ritrovano nella Guyana francese.

Orchidee frequenti nella Guyana francese

Epidendrum fragrans

Fiore bianco profumato, labello striato di porpora

E. ciliare

Fiore bianco-giallognolo, profumato, labello elegantemente sfrangiato

E. nocturnum

Fiore profumato soltanto di notte, color bianco-giallo

E. cocleatum

Fiore bianco con macchie marrone

E. diffusum

Fiore bianco-giallastro a segmenti molto stretti

Oncidium sp.

Grandi infiorescenze ricadenti dai rami, con piccoli fiori giallo-marroni simili a tante farfalle

Zigopetalum sp.

Piante epifite, semiepifite e terrestri

Catasetum sp.

Fiori con stranissimi labelli a forma di casco, color giallo-marrone

Vediamo, saldamente fissata sopra uno strano manicotto che riveste un ramo, una inconsueta orchidea dai grandi fiori penduli sfumati di brunorosato e di bianco, e grandi foglie molto espanse. Vorremmo farla nostra, ma poiché il ramo è grosso e saldo, rinunciamo all'idea di prelevarlo tutto intero (come spesso preferiamo fare) e di portarlo via insieme alla pianta. Cerchiamo, invece, di scalzare l'orchidea con attenzione, intaccando il manicotto di terra sul quale essa è fissata. Non l'avessimo mai fatto! Una pioggia di piccolissimi insetti rossi ci investe, invade la barca, cade nel fiume. E una vera valanga di formiche che esce dal manicotto. Ce ne accorgiamo soltanto ora, ma evidentemente si tratta di un formicaio, sul quale l'orchidea ha trovato modo d'impiantarsi saldamente e di vegetare a meraviglia. Una perfetta simbiosi fra le formiche, che hanno approntato il terriccio, e l'orchidea probabilmente semi-epifica.
Una Coryanthes?
Rinunciamo, dunque, ad impadronirci della pianta e la lasciamo sul suo ramo disteso sull'acqua dopo averla fotografata. Dietro di noi il lento scorrere della corrente porta a valle miriadi d'insetti galleggianti che si dibattono freneticamente. Senza volerlo noi abbiamo sconvolto, con la nostra superficialità, un perfetto equilibrio stabilitosi chissà da quanti anni, e ne abbiamo quasi rimorso…

Le radici di una Pterocarpus strisciano come serpenti verso l'acqua

… uno strano Cissus, mai visto prima

Assicuriamo ora il motoscafo al pontile galleggiante del Club Nautico, a circa 40 chilometri dalla foce del Kourou, e ci imbarchiamo sopra un leggero canotto di poco pescaggio, dotato di un piccolo motore fuoribordo rialzabile, assai adatto alla esplorazione delle criques, dove l'acqua e poco profonda e l'alveo disseminato di ostacoli.

La scelta di questo canotto, in alluminio, è stata anche dettata dalla scarsa sicurezza offerta dai soliti «ommon» nei fiumi tropicali. Mi hanno raccontato che qualche anno fa un noto scrittore-esploratore francese navigava tranquillamente alla foce del Sinnamary sopra un gommone, per fortuna là dove l'acqua non è molto profonda, quando capitò sopra un branco di machoiran, pesci simili ai nostri pesci-gatto ma molto più grandi, con pinne dorsali lunghe 20 centimetri e dure come acciaio. Ebbene, i machoiran gli bucarono il fondo del gommone e il nostro si sarebbe trovato nei guai se un'altra barca, per caso nelle vicinanze, non fosse corsa in suo soccorso traendolo dai pasticci. Questi pesci, i machoiran, sono voracissimi e vivono per lo più sui fondali, non hanno scaglie ma una pelle grigio-scura piuttosto viscida. Con la loro grande bocca (sono anche chiamati «squali di fiume») ingoiano tutto ciò che arriva alla loro portata; si possono quindi catturare abbastanza facilmente usando come esca un piccolo pesce vivo attaccato all'amo, un metodo di pesca davvero poco umanitario, ma assai seguito in Guyana. Ne abbiamo pescato uno, un giorno, di una decina di chili, il quale ci ha imposto un notevole sforzo nel momento di issarlo in barca. I machoiran, infatti, hanno una vitalità straordinaria e possono vivere anche diverse ore una volta all'asciutto. E sono anche pericolosi perché con le loro pinne armate di aculei durissimi possono causare all'incauto pescatore ferite molto dolorose. Per questo è buona norma, una volta catturato il pesce, tagliare con una forte tenaglia la punta degli aculei delle pinne dorsali e addominali. In cambio sono pesci eccellenti da mangiare, sia arrostiti sia lessati od in brodetto. Trasbordate le nostre cose sul leggero canotto, risaliamo ora nuovamente il fiume al di là del punto PK 21, dove è situato l'impianto di sollevamento che fornisce l'acqua potabile all'abitato di Kourou, ed entriamo nella prima crique che incontriamo sulla nostra destra, nota come «crique des caimans».

Forse un tempo qui vi erano realmente, i caimani, ma oggi resta soltanto il nome al corso d'acqua, i rettili sono scomparsi del tutto, distrutti dalla caccia spietata che per anni si è fatta loro. il luogo, comunque, anche senza il brivido di un grosso caimano flottante a pelo d'acqua è davvero suggestivo ed impressionante. La vegetazione degli alti alberi e dei cespugli chiude ermeticamente la crique da tutte le parti, la volta verde la confina in una penombra misteriosa nella quale il silenzio è assoluto, rotto soltanto dallo sciabordare delle nostre pagaie nell'acqua scura sulla quale galleggiano le foglie cadute dagli alberi. Abbiamo spento il motore ed avanziamo ora cautamente evitando stipiti di palme e rami d'albero caduti. Le rive sono impraticabili, grandi radici salienti di Pterocarpus strisciano sul fango della riva come enormi serpenti, tronchi e tronchetti e i grossi cordoni delle liane ne vietano l'accesso. Cerchiamo un punto dove poter attraccare la barca e infine ci arrestiamo in un'ansa, dove una maggiore distanza fra riva e riva permette al sole di penetrare nell'intrico e di raggiungere con qualche suo raggio l'acqua, creando riflessi luminosi. Alla nostra sinistra abbiamo visto una magnifica cascata di fiori gialli, alcuni metri sopra la nostra testa. Si tratta di un Oncidium, una miriade di fiorellini gialli screziati di arancio e marrone che scendono dal ramo leggeri come un volo di farfalle, purtroppo al di fuori della nostra portata. Ci rimane la soddisfazione di fotografare l'orchidea con il teleobiettivo, così come fotografiamo alcuni insoliti arbusti fioriti sulla breve ripa illuminata dal sole, tra cui un Cissus mai incontrato altrove nel nostro vagabondare.

… il sole volge ormai al tramonto…

Risaliamo ancora l'affluente che s'interna pigramente, in svolte e risvolte successive, nella grande foresta. L'acqua sembra ferma, foglie marcite tappezzano il basso fondale dal quale salgono alla superficie, di tempo in tempo, grosse bolle gassose che scoppiano producendo uno strano gorgoglìo. Nessun animale in vista, né uccelli, né roditori, nemmeno le scimmie di cui sappiamo l'esistenza in questa zona di foresta. Pare che anche i pesci siano scomparsi nell'acqua tenebrosa di questo tunnel vegetale, la vita sembra averlo abbandonato. Silenziosa, improvvisamente una piroga sbuca da un intrico di rami che si bagnano nell'acqua. A prua, accovacciato, un negro con un fucile appoggiato alla coscia, a poppa un bianco manovra lentamente la barca con la pagaia. Sono cacciatori. Con minuto dopo, silenziosa com'è apparsa, la piroga svanisce e la crique torna ad essere tutta nostra.